{"id":10758,"date":"2023-12-13T15:27:06","date_gmt":"2023-12-13T14:27:06","guid":{"rendered":"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/?p=10758"},"modified":"2023-12-20T14:47:52","modified_gmt":"2023-12-20T13:47:52","slug":"pinkwashing-e-rainbow-washing-come-il-marketing-si-e-appropriato-degli-slogan-delle-lotte-per-i-diritti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/pinkwashing-e-rainbow-washing-come-il-marketing-si-e-appropriato-degli-slogan-delle-lotte-per-i-diritti\/","title":{"rendered":"PINKWASHING e RAINBOW WASHING: come il marketing si \u00e8 appropriato degli slogan delle lotte per i diritti"},"content":{"rendered":"<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin:5px 0;float:none;height:20px;\"><script src=\"http:\/\/connect.facebook.net\/en_US\/all.js#xfbml=1\"><\/script><fb:like href=\"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/pinkwashing-e-rainbow-washing-come-il-marketing-si-e-appropriato-degli-slogan-delle-lotte-per-i-diritti\/\" send=\"true\" layout=\"button_count\" width=\"50\" show_faces=\"true\" font=\"tahoma\" action=\"like\" colorscheme=\"light\"><\/fb:like><\/div><p style=\"text-align: right;\">di Camilla Rienzi e Sofia Toso 1\u00aaCL<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Le aziende sono al corrente di quanto sia importante per gli acquirenti che i brand prendano pubblicamente posizione rispetto a grandi cause sentite dall\u2019opinione<br \/>\npubblica, come ad esempio quella ambientalista o femminista o in generale i temi caldi del momento. Proprio in virt\u00f9 di questo fatto, spesso danno un tocco di verde, di rosa o multicolore sui propri prodotti, agendo cos\u00ec sulla propria <em>visual identity<\/em>, cio\u00e8 sulla propria immagine pubblica, in operazioni di marketing mirate a migliorare il loro posizionamento e la loro reputazione<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">\u201c<em><strong>Pinkwashing<\/strong><\/em>\u201d \u00e8 un termine inglese che indica strategie pubblicitarie compiute dalle aziende a favore delle donne, di cui esse si definiscono portavoce. Esso deriva dall&#8217;espressione inglese &#8220;<em>whitewashing<\/em>&#8221; ovvero imbiancare, pulire + \u201c<em>pink<\/em>\u201d, rosa, il colore stereotipico del femminile. Come indica l&#8217;etimologia della parola, l\u2019azienda si \u201c<em>tinteggia<\/em>\u201d di rosa e sostiene l&#8217;emancipazione femminile in forma apparente e non sostanziale. Questo termine \u00e8 stato usato per la prima volta da una societ\u00e0 per la lotta del cancro al seno per identificare le aziende che fingevano di sostenere le donne malate, guadagnando dalla loro malattia.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">\u201c<em><strong>Rainbow washing<\/strong><\/em>\u201d, invece, \u00e8 una parola che rappresenta una forma pi\u00f9 specifica del <em>pinkwashing<\/em>, identificando un&#8217;attivit\u00e0 sociale o di marketing indirizzata a presentare una realt\u00e0 come LGBTQIA+ <em>friendly<\/em> allo scopo di aumentarne il consenso presso il pubblico.<br \/>\nAnche in tal caso si tratta di una forma di inclusivit\u00e0 e di sostegno del tutto apparente, in quanto solitamente non si vedono le aziende mandare messaggi di supporto alla comunit\u00e0 LGBTQIA+, ad eccezione del mese del Pride. Durante questo mese infatti tutti i marchi pi\u00f9 importanti colorano i propri loghi con i colori dell\u2019arcobaleno, dando in questo modo l\u2019illusione di essere aziende attente e vicine alle tematiche della comunit\u00e0 LGBTQIA+. <em>LGBTQ Nation<\/em> (un giornale online americano) afferma che marchi coinvolti nel <em>rainbow washing<\/em> sono colpevoli di utilizzare la comunit\u00e0 LGBTQ per aumentare le proprie pubbliche relazioni e ottenere capitali dal &#8216;denaro rosa&#8217;, il tutto mantenendo pratiche di lavoro ingiuste, processi di assunzione discriminatori e sostenendo organizzazioni anti-LGBTQ.<\/p>\n<p><strong>Il caso Victoria&#8217;s Secret<\/strong><br \/>\n<em>Victoria&#8217;s Secret<\/em> \u00e8 un marchio statunitense di abbigliamento femminile, noto soprattutto per le creazioni di lingerie e prodotti di bellezza , nato a San Francisco nel 1977. Nel 1995 si tenne il primo fashion show del brand all&#8217; Hotel Plaza di New York in cui numerose modelle sfilarono in passerella indossando camicie da notte. Negli anni l\u2019evento acquis\u00ec sempre maggior rilevanza: nel 1999 venne trasmesso in diretta streaming durante la pausa del Super Bowl e dal 2001 in poi in diretta televisiva. La sfilata era accompagnata dalle performance musicali di cantanti di fama internazionale quali le Spice Girls, Will.i.am, Kanye West, Jay-Z, Adam Levine dei Maroon 5. Gli Angeli di Victoria\u2019s secret (cos\u00ec erano chiamate le modelle che indossavano grandi ali piumate) incarnavano un unico prototipo di bellezza ideale e irraggiungibile: le modelle erano tutte uguali e magrissime, con lunghi capelli perlopi\u00f9 biondi e slanciate.<br \/>\nCon il passare degli anni, questo ideale di bellezza assolutamente non inclusivo \u00e8<br \/>\napparso come superato pertanto \u00e8 stato registrato un forte calo delle vendite. Per<br \/>\ntentare di invertire la rotta, il brand ha improntato la propria immagine nel segno di una maggiore inclusivit\u00e0 e nel 2019 \u00e8 arrivata Ali Tate Cutler, primo Angelo curvy. Molti sostengono per\u00f2 che la nuova modella <em>curvy<\/em> di <em>Victoria\u2019s Secret<\/em>, che porta una normale taglia 46, non possa essere considerata una vera \u201c<em>plus-size<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>Il caso Barilla<\/strong><br \/>\nLa celebre azienda Barilla da sempre ha investito in una pubblicit\u00e0 con uno <em>storytelling<\/em> incentrato sulla famiglia tradizionale e sulla condivisione del cibo. Quando chiesero al proprietario se fosse disponibile a fare una pubblicit\u00e0 con una famiglia gay, l\u2019azienda rifiut\u00f2. \u201c<em>Non faremo pubblicit\u00e0 con omosessuali perch\u00e9 a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d\u2019accordo, possono sempre mangiare la pasta di un\u2019altra marca<\/em>\u201d, questa fu la risposta di Guido Barilla nel 2013, senza riflettere sul fatto che potessero esserci dei consumatori non d\u2019accordo con questa sua visione.<br \/>\nCi\u00f2 port\u00f2 ad un calo di reputazione dell\u2019azienda Barilla, mentre altre imprese colsero le sue debolezze creando una nuova tipologia di marketing: dalla pasta di tutti i colori alla pubblicit\u00e0 con coppie dello stesso sesso che condividono i pasti.<br \/>\nQuanto accaduto fece capire all\u2019azienda Barilla quanto fosse importante l\u2019inclusione. Essa dovette quindi assolutamente pensare ad una strategia di recovery, che prevedeva l\u2019inclusione di varie tipologie di famiglie, iniziando dalle collaborazioni con le associazioni gay italiane e statunitensi. Grazie al loro cambiamento attitudinario \u00e8 diventata l\u2019azienda simbolo dell\u2019impegno gay, tanto che nel 2020 venne addirittura premiata a Vienna con il premio per l\u2019inclusione della comunit\u00e0 LGBTQIA+.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Camilla Rienzi e Sofia Toso 1\u00aaCL Le aziende sono al corrente di quanto sia importante per gli acquirenti che i brand prendano pubblicamente posizione rispetto a grandi cause sentite dall\u2019opinione pubblica, come ad esempio quella ambientalista o femminista o in generale i temi caldi del momento. 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