{"id":4517,"date":"2015-05-09T22:08:51","date_gmt":"2015-05-09T21:08:51","guid":{"rendered":"http:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/?p=4517"},"modified":"2020-11-02T15:21:11","modified_gmt":"2020-11-02T14:21:11","slug":"la-via-del-perdono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/la-via-del-perdono\/","title":{"rendered":"LA VIA DEL PERDONO"},"content":{"rendered":"<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin:5px 0;float:none;height:20px;\"><script src=\"http:\/\/connect.facebook.net\/en_US\/all.js#xfbml=1\"><\/script><fb:like href=\"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/la-via-del-perdono\/\" send=\"true\" layout=\"button_count\" width=\"50\" show_faces=\"true\" font=\"tahoma\" action=\"like\" colorscheme=\"light\"><\/fb:like><\/div><p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/torneranno-i-prati.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"  wp-image-4518 alignnone\" src=\"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/torneranno-i-prati-640x265.jpg\" alt=\"torneranno i prati\" width=\"679\" height=\"281\" srcset=\"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/torneranno-i-prati-640x265.jpg 640w, https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/torneranno-i-prati-600x249.jpg 600w, https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/torneranno-i-prati.jpg 700w\" sizes=\"auto, (max-width: 679px) 100vw, 679px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per il centesimo anniversario del Primo Conflitto Mondiale, Ermanno Olmi si \u00e8 prefissato un obiettivo non poco impegnativo: celebrare le vite di migliaia di uomini che sono andate perdute e dimenticate in nome di un ambiguo calcolo politico e alle quali il pi\u00f9 noto Secondo Conflitto ha, se cos\u00ec si pu\u00f2 dire, rubato la scena. Olmi, in questo film breve ma incisivo, ha preferito evidenziare la vanit\u00e0 della guerra piuttosto che i suoi orrori, il cui specchio \u00e8 l\u2019atteggiamento stesso degli uomini che la vivono in prima linea, ormai disillusi e per i quali parole come \u201csopravvivenza\u201d, \u201cPatria\u201d o \u201cDio\u201d hanno perso significato. L\u2019<em>incipit<\/em> consiste in un soldato, reso un punto scuro dal biancore accecante della neve, che si avvia alla trincea, per poi uscirne con altri commilitoni, costretti a spalare per tracciare un sentiero. \u201cDi neve -informa la voce narrante- ne son caduti quattro metri e mezzo\u201d, quasi a indicare che da quel terrapieno umido non uscir\u00e0 nessuno, n\u00e9 quelli che l\u00ec troveranno la morte, n\u00e9 coloro che, tornati a casa, dovranno per sempre convivere col ricordo. Alla sera, sul solitario e surreale Altopiano dominato dalla luna, si ode soltanto il conducente di mulo intonare \u201c<em>Tu ca non chiagne<\/em>\u201d, il quale, in una chiara citazione a \u201c<em>Pais\u00e0<\/em>\u201d di Roberto Rossellini, riceve acclamazioni da ambedue i fronti. L\u2019indomani l\u2019ufficiale territoriale si reca all\u2019avamposto, informando il capitano che il quartier generale intende sferrare un attacco congiunto su tutto il fronte del Nord Est: per garantire il successo della manovra, \u00e8 necessaria la conquista di un punto di osservazione. Il tenente, ben consapevole delle condizioni di salute e di spirito della sua guarnigione, vorrebbe rifiutare, ma gli ordini, per quanto insensati, son sempre ordini: da qui in poi il nemico apparentemente sopito, la cui unica manifestazione sono i colpi di fucile e mortaio, si risveglier\u00e0, prima limitandosi a sventare i tentativi di avanzata, poi bombardando la stessa trincea, che sar\u00e0 infine abbandonata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci si potrebbe dilungare a descrivere i vari tasselli che compongono questo mosaico cinematografico sprovvisto di una vera trama, giacch\u00e9, come intuito dal regista, in guerra non ne esiste una, e nei giorni sempre uguali, un uomo segnato dalla morte trova conforto soltanto nella contemplazione di ci\u00f2 che riesce a distrarlo dal suo destino: questo ruolo \u00e8 assunto dalla Natura \u2013nozione recuperata dagli scritti di Mario Rigoni Stern, la cui influenza \u00e8 sottintesa-, come nel caso del topolino cui si affeziona uno dei soldati ammalati o del larice protagonista dell\u2019unico momento onirico del film, che non stona affatto con il realismo della pellicola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sceneggiatura prevede una caratterizzazione minimalista dei personaggi attraverso poche battute per ciascuno, dei quali fra l\u2019altro non conosciamo nemmeno i nomi, a indicare come la guerra causi la perdita di individualit\u00e0 \u2013concetto cardine di un\u2019altra intensa opera cinematografica sulla Prima Guerra Mondiale quale \u201c<em>Orizzonti di gloria<\/em>\u201d di Stanley Kubrick-, e ci\u00f2 vale per i protagonisti come per il nemico, che il pubblico non riesce mai a identificare con un volto umano: tuttavia, quando si viene ai dialoghi veri e propri, essi risultano artificiosi e spezzano il ritmo colloquiale mantenuto dalla narrazione. Per far parlare degli uomini resi muti dal dolore, si ricorre a una regia basata sul primo e primissimo piano, ampiamente descrittiva, che permette un grande sfoggio di espressivit\u00e0 da parte degli attori, i quali in certi momenti si rivolgono direttamente al pubblico guardando in macchina, raccontando i loro rimpianti senza esasperazioni di patetismo, come se lo spettatore fosse l\u00e0 con loro e gi\u00e0 sapesse perfettamente la situazione in cui versano: una delle scene pi\u00f9 pregevoli del film consiste appunto in un primissimo piano di questo tipo, in cui al tenentino, che sappiamo essere appassionato di studi umanistici, viene affidato dal regista il difficile compito di sintetizzare in toni pi\u00f9 solenni le angosce descritte dai suoi compagni di estrazione popolare, il cui sguardo difficilmente si riesce a sostenere senza un moto di vergogna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ulteriore prova di qualit\u00e0 tecnica \u00e8 la fotografia diretta da Fabio Olmi, che ha saputo, in esterni, gestire a dovere i riflessi della neve, soprattutto nelle scene notturne e, in interni, creare una penombra che conferisce un tono ancora pi\u00f9 cupo ai volti degli attori e alla scenografia, evidenziando cos\u00ec il contrasto tra le due dimensioni in cui la guerra si combatte: quella dove il conflitto \u00e8 oltre il filo spinato e quella dove invece esso \u00e8 interiore. Il montaggio del film, che nel complesso dura appena un\u2019ora e venti minuti, \u00e8 serrato, e Paolo Cottignola l\u2019ha ponderato attentamente, contrariamente a quanto succede nella maggior parte dei film italiani pi\u00f9 recenti, dove questa componente passa in secondo piano. La <em>location<\/em> poi, incredibilmente suggestiva, \u00e8 l\u2019Altopiano di Asiago, immerso nel silenzio, interrotto soltanto dalle esplosioni degli ordigni e dalle musiche del trombettista Paolo Fresu, il quale, dopo il pezzo alla fisarmonica in apertura, chiude con una variazione del \u201c<em>Silenzio<\/em>\u201d. La scenografia di Giuseppe Pirrotta e i costumi del duo maestro-allievo di Maurizio Millenotti e Andrea Cavalletto \u2013qui a ruoli invertiti, giacch\u00e9 Millenotti ha offerto soltanto la sua \u201camichevole supervisione\u201d- provvedono rispettivamente a un ambiente spartano ed essenziale, con pochi oggetti quotidiani che scandiscono la vita al fronte, e a uniformi che non hanno nulla a che vedere con lo sfarzoso mondo delle parate militari, ma che sono semmai l\u2019unico modo per tenersi al riparo dal freddo. Una menzione d\u2019onore va anche al trucco, eseguito da Dalia Colli, la quale ci presenta da un lato i volti rosei e ben curati degli ufficiali e di coloro che sono appena arrivati, e dall\u2019altro quelli emaciati e anneriti degli uomini che sono stati in prima linea, e che ora attendono in preda alla febbre o nello sconforto la loro fine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parlando di recitazione, si incorre nella poco convincente interpretazione di Claudio Santamaria \u2013l\u2019ufficiale territoriale- e di Francesco Formichetti \u2013il capitano-, i quali potrebbero essere definiti quasi i protagonisti dati il numero di battute e la presenza scenica, ma che ostentano un modo di fare e un tono comicamente militareschi da recita scolastica. Una piacevole sorpresa proviene invece da Alessandro Sperduti \u2013il tenentello-, il quale, dopo le dimissioni del capitano, assume nell\u2019economia del film un ruolo sempre pi\u00f9 determinante, fino al sopracitato monologo finale, durante il quale la sua voce si incrina fino a quando, con grande genuinit\u00e0 e senza alcuna parvenza di finzione, si commuove, scuotendo definitivamente il pubblico. A parte questi casi isolati, sarebbe impossibile esprimere un parere approfondito sul resto del <em>cast<\/em>, in quanto agli altri attori \u00e8 dato uno spazio che spesso non va al di l\u00e0 di un paio di battute, ma nel complesso risultano coerenti col tono del film e nel loro piccolo offrono decisamente una buona prestazione. Infine, una scelta non condivisibile \u00e8 quella delle immagini di repertorio nel finale, che lo banalizzano alla stregua di un documentario: dal momento che l\u2019intento del regista \u00e8 riportare tali eventi alla mente di chi non li visse in prima persona e comunicare un messaggio di pace, pare quasi una contraddizione mostrare dei filmati originali dell\u2019epoca, in quanto il film dovrebbe essere da s\u00e9 bastante veicolo del ricordo, senza l\u2019ausilio di altri supporti per essere storicamente valido.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si pu\u00f2 dunque dire che \u201c<em>torneranno<\/em> <em>i prati<\/em>\u201d \u00e8 un film canonico come ci si aspetterebbe da un maestro quale Ermanno Olmi, che, seppur con alcuni difetti, ripropone degli stilemi classici del film di guerra, lasciando per\u00f2 da parte l\u2019azione e l\u2019eroismo e focalizzandosi piuttosto su quello che non \u00e8 una grande battaglia, ma uno scenario monotono, senza via di scampo e pertanto pi\u00f9 terrificante della morte stessa, mettendo in luce come la guerra sia in grado di infettare i pi\u00f9 intimi meandri dell\u2019animo umano, e che proprio per questo le ferite che provoca non sono mai del tutto rimarginate. Olmi decide di lasciare da parte moralismi e luoghi comuni, ammettendo che, per quanto doloroso o dannoso in un primo momento possa rivelarsi, bisogna sempre riaprire queste ferite, per evitare che, in futuro, ne siano inflitte di pi\u00f9 gravi: a quanti chiederanno una spiegazione per le tante vite sprecate, secondo la visione cattolica sottesa al film, non rester\u00e0 che praticare la via del perdono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(<em>Giovanni Stigliano Messuti<\/em>)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per il centesimo anniversario del Primo Conflitto Mondiale, Ermanno Olmi si \u00e8 prefissato un obiettivo non poco impegnativo: celebrare le vite di migliaia di uomini che sono andate perdute e dimenticate in nome di un ambiguo calcolo politico e alle quali il pi\u00f9 noto Secondo Conflitto ha, se cos\u00ec si pu\u00f2 dire, rubato la scena. 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