{"id":5647,"date":"2016-02-23T18:22:40","date_gmt":"2016-02-23T17:22:40","guid":{"rendered":"http:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/?p=5647"},"modified":"2016-02-23T21:04:55","modified_gmt":"2016-02-23T20:04:55","slug":"viaggio-nellarte-postbellica-europea-e-statunitense","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/viaggio-nellarte-postbellica-europea-e-statunitense\/","title":{"rendered":"VIAGGIO NELL&#8217;ARTE POSTBELLICA EUROPEA E STATUNITENSE"},"content":{"rendered":"<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin:5px 0;float:none;height:20px;\"><script src=\"http:\/\/connect.facebook.net\/en_US\/all.js#xfbml=1\"><\/script><fb:like href=\"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/viaggio-nellarte-postbellica-europea-e-statunitense\/\" send=\"true\" layout=\"button_count\" width=\"50\" show_faces=\"true\" font=\"tahoma\" action=\"like\" colorscheme=\"light\"><\/fb:like><\/div><p>Di Susanna Scagliotti &#8211; IC Classico<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 stata appena inaugurata, presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, la mostra \u201cPostwar Era: Una storia recente. Omaggi a Jack Tworkov e Claire Falkenstein\u201d; rimarr\u00e0 aperta fino al 4 aprile 2016.<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-5648\" src=\"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/susi-640x168.jpg\" alt=\"susi\" width=\"633\" height=\"167\" srcset=\"https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/susi-640x168.jpg 640w, https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/susi-600x158.jpg 600w, https:\/\/old.istitutobrunofranchetti.edu.it\/giornalino\/wp-content\/susi.jpg 760w\" sizes=\"auto, (max-width: 633px) 100vw, 633px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La mostra si concentra sull&#8217;evoluzione dell&#8217;arte americana (scenario affine a colei che ha procurato molte delle opere esposte, ovvero la collezionista e proprietaria del palazzo Peggy Guggenheim) e di quella europea (con quadri donati al museo dopo la scomparsa della mecenate) dai primi anni &#8217;40 del Novecento per arrivare al 1979. Un lasso di tempo che, come precisa il curatore della mostra Luca Massimo Barbero, \u00e8 definito in modo ampio e forse generico \u201cdopoguerra\u201d, ma che ingloba tendenze sia anteriori che posteriori ad esso. Questo aspetto \u00e8 evidente verso la fine del percorso espositivo, dove il richiamo di un&#8217;era che vuole lasciarsi il dopoguerra alle spalle \u00e8 il fondamento di opere come quelle di Claire Falkenstein.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 stato in occasione di una visita guidata dal curatore Barbero in persona che ho avuto modo di considerare l&#8217;eclettismo di artisti provenienti da due realt\u00e0 in apparenza inconciliabili: quella europea, per certi versi ancora permeata di tradizione, ma con un&#8217;arte in rapida innovazione; e quella americana, volta al dinamismo e al sovvertimento di molti canoni. Il ponte transoceanico si \u00e8 incarnato nella figura di Peggy che, grazie alle sue numerose conoscenze in entrambi i continenti, ha mediato le due culture proponendo nuove tecniche espressive. La collezionista, che Barbero chiama per questo motivo \u201cla traghettatrice\u201d, ha ad esempio suggerito a molti giovani artisti americani (come Jackson Pollock e Robert Motherwell) la tecnica del collage, appresa in Europa dall&#8217;amico Pablo Picasso. Nella prima sala, appunto, si pu\u00f2 ammirare proprio uno splendido collage di Motherwell datato 1943, quadro emblematico di come il territorio statunitense abbia fatto spazio ai nuovi stimoli del Vecchio Continente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nella seconda stanza \u00e8 esposta la produzione di uno dei due artisti a cui la mostra si propone di fare un \u201comaggio\u201d: Jack Tworkov. Americano di origini polacche, oper\u00f2 soprattutto nella seconda met\u00e0 degli anni &#8217;40 aderendo all&#8217;espressionismo astratto. Tworkov studi\u00f2 anche a livello teorico un nuovo linguaggio, tra figura e astrazione; per questa ragione il suo lavoro, come quello degli autori dell&#8217;intera mostra, pu\u00f2 essere chiamato &#8211; dice Barbero &#8211; un \u201cinciampo\u201d: gli artisti si trovano in un limbo, privilegiando ora il figurativo, ora l&#8217;astratto, ora l&#8217;innovazione, ora le tecniche tradizionali. Un processo di crescita intellettuale che si lega sempre a quell&#8217;incertezza nel definire il concetto stesso di Dopoguerra. Per quanto mi riguarda, mi rammarico soltanto che Tworkov sia un artista quasi sconosciuto nel vasto panorama degli anni &#8217;40, perch\u00e9 i ritratti esposti (il soggetto era sempre il medesimo, ovvero una tale signora Sharkey) comunicavano una notevole ricchezza formale nella capacit\u00e0 di definire con pochi, sognanti e policromatici tratti la psiche della donna che posava per lui.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ho trovato particolarmente degna di nota la sala successiva. Insieme a sculture e disegni di Consagra (Barbero ci ha svelato che questi ultimi sono stati creati nel 1949 sui menu del ristorante \u201cAll&#8217;Angelo\u201d a Venezia) e a vivissimi dipinti di Afro Basaldella, Bice Lazzari nonch\u00e9 a un rarissimo Lucio Fontana ai suoi inizi, vi \u00e8 anche, al centro, un&#8217;opera di Pomodoro. La scelta del curatore di inserire proprio in questa stanza una scultura di un artista contemporaneo pu\u00f2 sembrare curiosa, ma a mio parere \u00e8 indicativa di una grande attenzione al vero significato dell&#8217;arte: Barbero non ha voluto organizzare la mostra semplicemente in ordine cronologico (come suggerirebbe il titolo), bens\u00ec ha deciso di correlare tendenze, impressioni, stili che trascendono i tempi e che comunicano nell&#8217;osservatore la sensazione di un&#8217;arte universale e atemporale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Passando per la stanza dedicata ai lavori pi\u00f9 maturi (risalenti agli anni &#8217;60) di Lazzari, Carla Accardi e Dadamaino, si arriva allo spazio dedicato a Carlo Ciussi, artista che non \u00e8 menzionato negli \u201comaggi\u201d del titolo della mostra, ma la cui importanza all&#8217;interno di essa porterebbe a conferirne uno anche a lui. In questi quadri del 1965, che rappresentano orizzonti geometrici, Ciussi mette in campo uno stile geografico, criptico, crittografico, ma antitetico rispetto al passato: con l&#8217;avvicinarsi della decade dei &#8217;70, si percepisce la fine di una generazione, un raccordo con l&#8217;avanguardia che Ciussi rende cercando di costruire un tessuto forte in immagini che prima erano solo casuali geometrie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il \u201cnuovo\u201d e le avanguardie si fanno sempre pi\u00f9 intensi nelle sale seguenti, dove si vedono le opere di Alan Davie, che colpivano Peggy perch\u00e9 le ricordavano l&#8217;origine del suo amore per l&#8217;astrazione; nonch\u00e9 i leggiadri \u201cTeddy Boy And Girl\u201d dello scultore Lynn Chadwick che, invece di rappresentare modelli classici, scolp\u00ec delle icone di stile british.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si passa poi per una stanza dedicata a Mirko Basaldella, in cui si possono ammirare due note sculture: il \u201cLeone urlante\u201d e il \u201cLeone di Damasco\u201d, oltre a raffigurazioni di animaletti fantastici come la \u201cPiccola chimera\u201d. Egli, dice Barbero, fu uno dei pionieri per quanto riguarda lo studio e la conoscenza del Medio Oriente e delle culture mesoamericane. Il mantello delle fiere \u00e8 schematico e al contempo naturalistico, minuziosamente decorato, ma tutto ci\u00f2 che sembra semplice ornamento \u00e8 in realt\u00e0 un segno fortissimo che dona dinamismo ai corpi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L&#8217;ultima sala della mostra \u00e8 dedicata all&#8217;altra grande artista a cui \u00e8 stato offerto il secondo degli \u201comaggi\u201d: Claire Falkenstein. Creativa dalla matrice astrattista e bauhausiana, prest\u00f2 particolare attenzione all&#8217;idea del volume, vedendo questa dimensione della realt\u00e0 come un campo di ricerca e come un modo per fare interagire pieno e vuoto. Dopo un viaggio a Parigi nel 1950, la sua carriera ebbe un decollo. Divent\u00f2 infatti la scultrice ideale del critico Michel Tapi\u00e9, e Peggy Guggenheim, con cui era amica da una decina di anni, le commission\u00f2 il lavoro per il quale \u00e8 pi\u00f9 nota: la progettazione e la realizzazione del cancello di Palazzo Venier dei Leoni, la casa della mecenate e attuale sede della Collezione. Il cancello si pu\u00f2 rimirare tuttora, dall&#8217;ingresso sul retro della casa-museo. L&#8217;artista \u00e8 riuscita a coniugare il carattere austero e maestoso di un cancello con un&#8217;inusitata consistenza eterea, valorizzata da complessi intrecci metallici in cui sono incastonati colorati frammenti piccoli e grandi di vetro di Murano. Un capolavoro scultoreo che, dopo tanti anni di visite al museo, non mi stanco mai di osservare, lasciandomi ipnotizzare dall&#8217;opalescenza delle pietre, dalle tortuose trame dei fili di metallo, scoprendo ogni volta nuovi dettagli, nuove strade interpretative.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si pu\u00f2 quindi immaginare la mia gioia quando, entrata nell&#8217;ultima sala della mostra, ho visto i bozzetti (o, come li chiama affettuosamente il curatore, le maquettes) che Falkenstein prepar\u00f2 per il cancello. Arrivati dal Museo di Boston, sono delle copie in miniatura del suo pi\u00f9 grande progetto, nelle quali \u00e8 gi\u00e0 evidente la precisione e la creativit\u00e0 dell&#8217;artista nel costruire le trame metalliche. Uso il termine \u201ccostruire\u201d non a caso: i filamenti potrebbero sembrare intrecciati senza una ratio, ma invece, un po&#8217; come i quadri di Jakson Pollock o gli stessi tagli di Lucio Fontana, sono frutto di un attento studio, uno studio che permette di conoscere e circondare il vuoto inserendo l&#8217;elemento vetro. Questa tecnica \u00e8 visibile anche nei vicini \u201cNever ending screens\u201d, ossia \u201cSchermi senza fine\u201d, in cui gli intrecci di vetro e metallo diventano tridimensionali e colpiscono l&#8217;osservatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nella stessa sala vi sono anche delle sculture che paiono meteoriti (Michel Tapi\u00e9 li chiamava \u201csoli\u201d), disegni spaziali composti di pietra dura con gli immancabili inserti colorati di vetro di Murano. Particolarmente ipnotici perch\u00e9 diversi da ogni punto di vista per luminosit\u00e0, dimensioni, cavit\u00e0, inducono chi guarda a considerare lo spazio in modo inusuale, come era inusuale l&#8217;artista che scolp\u00ec queste opere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lasciato alle spalle il Dopoguerra americano ed europeo, come si \u00e8 visto periodo ricchissimo artisticamente, si abbandona la mostra con gli occhi abbagliati dalle opere scultoree di Falkenstein, sognando spazi nuovi o rivalutando quelli vecchi, quasi dispiacendosi di uscire dalla Collezione attraverso l&#8217;ingresso principale e non quello sul retro, brillante di tanti occhi colorati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Susanna Scagliotti &#8211; IC Classico \u00c8 stata appena inaugurata, presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, la mostra \u201cPostwar Era: Una storia recente. 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