Archivio Storico Campo lungo

CAPORETTO: CICATRICE ITALIANA

di Annachiara Gambardella (1A LC)

 Il nome di Caporetto, località slovena della Valle dell’Isonzo, è ancor oggi emblema di una sconfitta totale che nel linguaggio comune ha il significato traslato di un clamoroso fallimento. Dopo due anni e mezzo di guerra, dopo undici battaglie sull’Isonzo,  il 24 ottobre del 1917 il fronte italiano cedette.

La pesante sconfitta non ebbe ripercussioni soltanto sull’esercito e sull’intera classe dirigente militare e politica di allora, ma ebbe pesanti conseguenze anche sulla popolazione civile che sino a quel momento aveva vissuto  la guerra da “lontano”.

Le cause della disfatta e le conseguenze che essa portò con sé sono state oggetto dell’incontro tenutosi il giorno 11 febbraio scorso nell’Aula Magna del Liceo Franchetti, dal titolo “Caporetto, la ritirata, i profughi friulani e veneti”, relatore il prof. Daniele Ceschin, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

caporetto

Qualche numero per inquadrare la dimensione dell’evento: 300.000 prigionieri, 350.000 soldati allo sbando, 265.000 profughi, 11.600 i volti delle madri italiane che non rividero più i loro figli.

La responsabilità maggiore fu forse quella del Generale  Badoglio, Comandante del 27° Corpo d’Armata, il quale, però, non pagò mai per le sue colpe. Non mancarono tuttavia gli errori di valutazione militare neppure da parte del Capo di Stato Maggiore Generale Cadorna, anch’egli indenne, e del Generale  Capello, Comandante della 2^ Armata, l’unico al quale venne in qualche modo attribuita la responsabilità di tale disfatta.

Spiazzato dalla tecnica dell’infiltrazione adottata dal nemico, l’esercito italiano indietreggiò, tanto che la linea del fronte si ridusse di circa 200 Km e la strategia militare italiana non fu più offensiva ma difensiva. Vennero occupati dal nemico i territori del Veneto e del Friuli.

La patria in pericolo e minacciata nella sua integrità richiedeva una coesione forse mai conosciuta sino ad allora.

I territori del Veneto e del Friuli erano densamente abitati e così migliaia di civili si ritrovarono con il nemico in casa. Molti, quelli che per primi ebbero sentore di ciò che stava per accadere, tentarono la fuga abbandonando tutto, specialmente i benestanti “passati quasi tutti alla destra del Piave lasciando in balia del saccheggio le loro cose e le loro robe”, come si legge nei diari di quel periodo.

La disperazione delle truppe in quei giorni fu tale che gli stessi soldati, pensando che tutto fosse perduto, tentarono di tornare a casa.

“Fuggono, con i volti nascosti nelle spalle, assillati da un male, essi stessi travolti dalla follia.” “Qualche viso innocente di bambina in mezzo al tumulto…”

Queste parole, testimonianza diretta di un nobile friulano, anch’egli profugo, descrivono molto chiaramente lo scenario a cui si poteva assistere in quei giorni, nelle terre prossime al fronte.

Molti i testi estratti dai diari delle genti di quell’epoca commentati dal prof. Ceschin, il quale ha sottolineato più volte l’importanza di queste testimonianze, specchio del sentimenti della popolazione in quel terribile frangente.

Da alcune di esse emerge come numerosi cittadini condannassero l’atteggiamento -considerato disfattista- dei soldati al fronte, ai quali “la classe dirigente forse non aveva mai instillato nel cuore l’odio verso il secolare nemico”.

Lo stesso Cadorna, Comandante Supremo del Regio Esercito Italiano, imputò alla viltà di alcuni reparti dell’esercito italiano la sconfitta, per non aver combattuto contro il nemico con dignità e per essersi arresi.

Tuttavia, alcuni, non mancarono di ravvisare anche nella condotta di chi rivestiva incarichi istituzionali l’onta dell’ignominia.

confiniLe autorità locali, innanzi tutto, non si erano dimostrate all’altezza del ruolo che ricoprivano: le classi dirigenti erano state le prime a fuggire, insieme ai “signori”, quelli che all’inizio avevano inneggiato alla guerra e incoraggiato i coloni agricoli a prendervi parte.

Ma vi fu anche chi ebbe il coraggio e la forza di restare al fianco della propria comunità in ossequio ad un vincolo morale, i sacerdoti ed i Vescovi.

Ad essi la popolazione riconobbe autorevolezza tanto che in molti casi furono chiamati a ricoprire le cariche di Sindaci abbandonate dai politici.

I parroci, d’altra parte, ebbero la funzione, fondamentale, di mediatori, grazie anche alla possibilità di colloquiare in latino con i cappellani militari dell’esercito nemico, e di garanti della popolazione in quei territori che vennero dapprima travolti dall’esercito italiano in ritirata e dai profughi, successivamente dalle truppe nemiche occupanti.

Le ondate di soldati allo sbando e l’occupazione nemica portarono con sé soprusi, saccheggi, eccidi e violenza sulle donne.

Molti i “figli del nemico” partoriti in quel tempo. Grande risonanza ebbe a tal proposito l’assoluzione in Francia di una donna che aveva ucciso il proprio figlio frutto della violenza dell’invasore. I giudici di Parigi avevano infatti ritenuto che l’uccisione del figlio del nemico fosse lecita e non costituisse reato.

Prendendo spunto da questo episodio, Benito Mussolini fece un sondaggio tra i lettori del quotidiano politico italiano di carattere socialista interventista, il Popolo d’Italia, per capire come la pensassero al riguardo gli italiani. Ne risultò che la maggior parte dei cittadini riteneva che quell’uccisione fosse legittima.

Questa tesi fu rafforzata anche da Luigi Maria Bossi, ginecologo di estrazione socialista poi entrato tra le file dei nazionalisti, che nel 1916 scrisse numerosi trattati per dimostrare come il “figlio del nemico” non fosse sano e fosse quindi addirittura un dovere sopprimerlo. Ma il fenomeno più significativo che lo sfondamento del fronte di Caporetto implicò resta, senza dubbio, l’esodo cui si videro costretti migliaia di cittadini veneti e friulani.

Il Ministero dell’Interno avrebbe dovuto indirizzare questi civili in difficoltà verso comuni che potevano offrire loro ospitalità, alimentazione e un’occupazione. Tuttavia i Prefetti italiani non erano inclini a farsi carico di così tante persone, che arrivavano, peraltro, in numeri altamente superiori rispetto a quelli che venivano preventivati inizialmente.

Le difficoltà e le traversie che dovettero sopportare i profughi raccontate nei diari e nelle lettere hanno consentito ai partecipanti di riflettere su quanto la guerra possa sconvolgere le vite anche di coloro che sopravvivono.

L’incontro tra Italie diverse, quella del nord e quella del sud, lasciò inoltre emergere i pregiudizi e le paure nascoste negli animi che contrapponevano al proprio interno il popolo italiano, mettendo in crisi lo stesso mito della “Patria una”, e la tenuta patriottica dei vari livelli sociali.

Alcuni dei presenti alla conferenza con testimonianze dirette sull’esodo dei propri ascendenti, hanno arricchito le lettere dei profughi illustrate dal Prof. Ceschin, rendendo più vive e più vicine alla platea le emozioni e le sofferenze patite in quegli anni da coloro che si sono visti costretti ad abbandonare le proprie case per cercare rifugio presso luoghi non devastati dal conflitto.

Martedì 11 marzo 2014, ore 15-17 si terrà, sempre presso l’Aula Magna del Liceo Classico “R. Franchetti”, l’ultimo incontro del Ciclo di conferenze “Verso la Grande Guerra” dal titolo “La memoria dei caduti e la monumentalistica”, relatrice prof.ssa Lisa Bregantin.