La coda disordinata di lavoratori si spinge dentro la carrozza dell’autobus, rianimandosi solo davanti ad un sedile ancora libero. Chi per un giorno decidesse di piazzarsi al centro e, rinunciando al posto, osservare questo momento di scompiglio generale, potrebbe trovarci del divertente e, anzi, qualcosa di evocativo: in quale letteratura non vi è almeno un autore che abbia descritto la reazione di orrore dipinta sul volto di una donna di fronte allo straniero? Ecco, in autobus si incontrano spesso anziane e curve signore la cui espressione, non avendo altra possibilità di sedersi se non occupando il sedile a fianco ad un uomo di colore, somiglia a quella della protagonista ebrea di La storia di Elsa Morante, di fronte ad un soldato tedesco: “Colei però (…) lo fissò con occhio assolutamente disumano, come davanti all’apparizione propria e disumana dell’orrore.” Il paragone risulta particolarmente calzante per la presenza del termine “apparizione” ad indicare la visione di una figura dall’aspetto sconosciuto, cioè solo rappresentato idealmente, fino a quel momento, con attributi immaginari; quindi essa rappresenta uno “spettro” o “spauracchio”, ancor più spaventoso di una minaccia realmente subita. La vecchietta si aspetta forse che da un momento all’altro lo straniero, abituato alla violenza dalla sua cultura, la assalga, così come la “signorina” del romanzo si aspetta che il soldato, infervorato dalla sua ideologia, la colga di sorpresa e la arresti. Di fatto, benché il giovane non vesta la propria divisa, gliela si cuce facilmente addosso con gli occhi, solo leggendo dei suoi tratti tipicamente ariani; altrettanto facilmente si elencano a mente i reati plurimi del passeggero, a seconda della sua razza. D’altronde il divario tra realtà e apparenza, o tra pratica e ideologia, è riscontrabile anche nella società di tendenze tolleranti e dichiaratamente multiculturaliste.
Risalendo all’età in cui il concetto comune di uguaglianza ancora era da diffondersi, la sua origine è da attribuirsi alla dottrina cristiana: nel Deuteronomio infatti, quinto libro dell’Antico Testamento, redatto tra il XIII e il V secolo a.C. circa, vi è una delle prime esortazioni alla carità nella storia della letteratura. Questa virtù si pratica nell’aiuto e nell’amore disinteressato nei confronti del prossimo, come atto di amore nei confronti di Dio. Nel contesto si predica come la pratica di risparmiare parte del raccolto affinché uno straniero, un orfano o una vedova potessero coglierlo e nutrirsi con esso, senza dover domandarne al padrone. In questa prescrizione però, ad avere un valore paradigmatico è di certo la formula “[…] ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto”: la motivazione della carità deriva dalla condivisione di una condizione umana universale, quella di indigenza, che coinvolge ogni individuo, suscitando un istinto di solidarietà dettato sia dallo spirito naturale di fratellanza, sia da quello religioso.
Lo scopo di questo articolo non è tuttavia indagare quanto salde siano le vostre convinzioni religiose, piuttosto procedere in una esposizione delle intenzioni, talvolta tutt’altro che magnanime, che ci inducono a tollerare o meno lo straniero. La successiva può risultare controversa, nel senso che si identifica in parte in una visione umanistica, utilizzando un termine anacronistico, in parte in una più materialistica: in questo passo dell’Odissea Nausicaa accoglie con rispetto e premura Odisseo, naufrago. La figlia del re dei Feaci biasima le sue ancelle per aver istintivamente indietreggiato alla vista dello straniero – “(…) dove fuggite al veder un uomo?” -, appellandosi appunto allo spirito di solidarietà di cui sopra, che accomuna e lega ogni uomo. Nausicaa dunque riconosce come ingiustificata la reazione spaventata delle ancelle, ma lei stessa afferma che Odisseo non poteva rappresentare alcun pericolo per l’isola, poiché questa era sotto la protezione degli dei. In una tale affermazione è possibile cogliere, forse in un eccesso di tendenziosità, una certa apprensione, sapientemente celata, che si cerca di placare con l’affermazione della dignità della propria patria e del proprio ruolo, nobilitata anche dal semplice gesto dell’accoglienza.
Per concludere passando dall’ambito letterario a quello artistico, il Galata morente di Epigono è una scultura che un giornalista deve menzionare, se intende denunciare la miseria morale della solidarietà praticata a scopo (auto)celebrativo e se intende ricorrere al mondo antico, nella convinzione che di esempi ancor meno lusinghieri ve ne siano ancor più numerosi nel mondo contemporaneo. L’opera è di carattere votivo, essendo concepita come un dono alla dea Atena in omaggio alla vittoria conseguita da Pergamo sul popolo dei Galati, a cui furono dedicati in tale occasione alcuni gruppi scultorei. Epigono, artista pergameno, li realizzò su commissione di Attalo I, il sovrano che condusse il regno alla vittoria. Lo scultore ritrae il nemico con umanità, pur non nascondendo i suoi tratti duri: il volto è modellato come fosse teso in una smorfia di dolore trattenuto; il corpo è sorretto con fatica dalla virilità del guerriero ed è dovuto riconoscergli, almeno in morte, la dignità fiera di cui in vita gli si rinfacciava la mancanza. Davanti alla Morte anche la Contesa non può che chinarsi, scavalcata da un insolito sentimento di compassione; o, altrimenti, da un familiare bisogno di gloria. Qualunque fosse la presunta destinazione dell’opera, la sua finalità è certa: come in altre opere scultoree antiche, una fra tutte la Colonna Traiana, il riconoscimento del valore militare dello straniero induce al riconoscimento della benevolenza del sovrano, nobilitandolo agli occhi dei sudditi e, a sua volta, dei nemici.
Dunque non è una tendenza imputabile solo ai cittadini contemporanei quella di esibire un atteggiamento aperto a tutte le frontiere del multiculturalismo, ma una tecnica ormai scaduta dei governanti di ogni epoca. E se volessimo riconoscere, a favore dei benpensanti, la tolleranza fasulla come una debolezza umana inevitabile, non dovremmo giustificare l’intolleranza manifesta delle signore – ovviamente non si tratta solo di signore al femminile e di signore di mezza età – sui mezzi pubblici. Per quanto radicato possa essere il nostro istinto di difesa da ciò che ci è estraneo, proprio perché è connaturato all’uomo da migliaia di anni, non è ammissibile che questa indole non sia ancora stata annientata dal raziocinio. Le dimensioni della sconfitta che ogni giorno è inflitta dal razzismo ai danni di miliardi di stranieri sono anzi amplificate dalle varie ideologie e dottrine, i cui principi animano anche i cittadini più apatici – il cittadino passivo è spesso facile preda per i demagoghi – inducendoli ad una adesione superficiale al movimento, abbastanza salda da costituire una causa ma non tanto convinta da costituire, invece, una causa motivata e rinnovata ogni giorno.
