Agorà Campo lungo

BATTAGLIA A COLPI DI REFERENDA

di Marco Visentin, II C Classico

La Consulta si è espressa: dei tre quesiti referendari presentati dalla CGIL, due soltanto, quelli relativi all’abolizione dei voucher e delle norme sugli appalti, sono ammissibili. Il quesito principe, su cui lo stesso sindacato pareva puntare particolarmente, mirava a ripristinare il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ed è stato bocciato.

È subito polemica, con esponenti delle opposizioni che accusano la Corte di aver sostenuto il governo, disinnescandogli la miccia dell’articolo 18. In un clima infuocato, la gara è a chi grida più forte, e i partiti di opposizione hanno tutto l’interesse a rinfocolare lo scontro: dopotutto, i referendum proposti dal sindacato sono manifestamente il tentativo di tornare alla situazione precedente al Governo Renzi, intento certo condiviso dai partiti che non siedono in maggioranza.

L’odio tra l’attuale dirigenza democratica e la CGIL non è una novità: da una parte il governo passato ha cercato in tutti i modi di superare il rapporto con i sindacati, mirando a creare un rapporto diretto con i lavoratori; dall’altra, la CGIL in particolare si è schierata con il fronte del “No” al referendum costituzionale di dicembre con il preciso intento di dare una spallata all’esecutivo Renzi. E non è una novità nemmeno la strumentalizzazione del lavoro in chiave politica: da una parte la narrazione trionfalistica del segretario PD, che decanta i progressi dovuti al suo Jobs Act, dall’altra le variegate accuse di aver favorito il precariato e di aver ridotto i diritti dei lavoratori.

Accuse che piovono sull’ex-premier fiorentino proprio da quella stessa “accozzaglia” (sic!) che aveva mirato a spazzare via con la riforma costituzionale. Contrappasso dantesco? o una nuova coalizione antinapoleonica? Certo è che la politicizzazione dei referendum ormai è divenuta la regola: si è cominciato con le trivelle, occasione per una prima resa dei conti Renzi-ribelli interni (in particolare Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia); poi la Costituzione, che, spogliata del suo valore da tutti gli schieramenti, è divenuta occasione per una lotta completamente estranea ai contenuti della riforma; infine, un manipolo di quesiti a sfidare il Jobs Act.

Certo è che c’è chi spera in un ritorno di Matteo Renzi a Palazzo Chigi e chi, invece, farebbe di tutto pur di cacciarlo anche dalla segreteria del partito. E in questo clima da Idi di marzo a rischiare di rimetterci sono proprio i lavoratori, che tutti dicono di avere a cuore. Ma che sembrano sempre più una merce politica.

Ora, per chi non si fosse già annoiato, ecco la spiegazione dei quesiti nel dettaglio. Quanto a quello sull’articolo 18, nell’attesa delle motivazioni della sentenza della Consulta, possiamo proporre una serie di ragioni per le quali riteniamo sia stato dichiarato inammissibile.

Primo punto, il testo non è unitario: come sottolineato anche da Pietro Ichino, giuslavorista e iscritto al Partito Democratico, si richiede di abrogare due differenti leggi: il d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23, decreto attuativo del “Jobs Act”, e le modifiche apportate al famoso “articolo 18” dalla legge 28 giugno 2012, n. 92, nota come “riforma Fornero”.

Secondo punto, la Costituzione non ammette che i referendum abrogativi siano utilizzati per introdurre una nuova legislazione: in questo caso, le modifiche al comma 8 dell’articolo 18 (come risultante dalla riforma Fornero) avrebbero applicato le norme sui licenziamenti a tutte le aziende con più di cinque dipendenti (precedentemente il requisito minimo ne contava 15). La bocciatura referendaria della riforma Renzi-Boschi, infatti, ha impedito l’introduzione nella carta fondamentale del referendum propositivo.

Degli altri due quesiti, uno riguarda le prestazioni di lavoro accessorio, meglio note come voucher: il loro sensazionale incremento negli ultimi anni ha portato ad aspre critiche, da parte di sindacato e opposizioni, al Governo Renzi. È comunque da ricordare che l’introduzione di questo strumento retributivo, per quanto siano notevoli le modifiche del Jobs Act (con il decreto attuativo d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81), risale ancora al 2008. Il terzo quesito, invece, è relativo a norme di limitazione della responsabilità solidale negli appalti approvate nel 2003.

Dato il clima politico fosco, due sono le domande che mi risuonano in mente: se i cittadini, stanchi di scontri, consentiranno di raggiungere il quorum; e se qualcuno penserà ai contenuti e non alle indicazioni della ditta.

Susanna Camusso e Matteo Renzi
Susanna Camusso e Matteo Renzi. © Ansa.it