Campo lungo Focus

Levi, chimico del male

Elena Cerisola, 5A PNI

È ora di censire gli ebrei viventi nel nostro paese, facciamo liste almeno di quelli che lavorano nel governo e per il parlamento, sono un rischio potenziale per la sicurezza della nazione”.

Questa frase non è stata pronunciata da Hitler, come potrebbe sembrare, ma da Marton Gyongyosi membro del parlamento dell’Ungheria lunedì 26 Novembre 2012. Con queste parole il professor Massimo Guicciardini dell’università di Siena (storico della scienza) ha iniziato la sua conferenza su Primo Levi.

Esistono 154 diari sulla Shoah ma quello di Primo Levi, Se questo è un uomo, è l’unico ad essere letto anche ai giorni nostri. Eppure, inizialmente,  la prima edizione dell’opera, nel 1947,  passò inosservata, questo perché non era “pronta” per essere letta: siamo appena a ridosso della fine della guerra e il libro tratta temi troppo crudi e duri, nell’immediato dopoguerra la gente pensava solo a ricostruire ciò che era stato distrutto e non se la sentiva di fermarsi a ricordare e riflettere.

Non è un caso che ci vogliano decenni per rielaborare artisticamente gli echi personali giovanili della Shoah, vedi ad esempio ultrasessantenni come il drammaturgo Harold Pinter che scrive l’opera teatrale Ashes to Ashes nel 1996 o il regista Roman Polanski che  dirige il film Il Pianista nel 2002.

Nonostante la poca fortuna iniziale, l’edizione scolastica di Se questo è un uomo del 1973 avrà notevole successo. L’eccezione di Levi, forse, può essere spiegata grazie al suo metodo naturalista di chimico-scrittore che gli permette di prende le distanze da ciò che racconta. Bianca Guidetti Serra, avvocato penalista e amica antifascista di Levi, che ha raccolto la sua autobiografia in Bianca la Rossa, lo definisce come “l’analista che osserva le cose al microscopio”.

L’idea un Levi naturalista che osserva al microscopio la materia non è diversa da quella dell’osservazione al microscopio del mondo, la chimica è la via che lo conduce ad osservare in maniera alternativa l’uomo nella sua condizione più estrema, è un’ ancora di salvezza, insegna la tenacia e la pazienza ed è inoltre una disciplina sia scientifica che morale, pratica, concreta. Seguendo questa analogia Auschwitz diventa un’industria chimica, rappresenta cioè un esperimento, un limite per verificare se l’uomo può vivere in condizioni di virtuale “non sopravvivenza”.

Ma Levi va oltre, stabilendo una forte analogia fra LAGER e INFERNO e, più volte, direttamente o indirettamente, il testo dantesco affiora nelle pagine del suo capolavoro. Come fu per Dante, anche i prigionieri diretti ad Auschwitz compiono un viaggio: verso l’inferno, appunto. Così il mezzo che trasporta questi ultimi verso il Lager è paragonato alla barca di Caronte che mena le anime dannate oltre Acheronte. Il sorvegliante tedesco che accompagna i deportati viene ricordato infatti come “il nostro Caronte”; il cancello del Lager, come la porta infernale, è sovrastata da una insegna “Arbeit Macht Frei”  che in Dante suona “Per me si va nella città dolente…” ; i richiami, le analogie  a situazioni e personaggi dell’Inferno dantesco non si contano.
 Ricorrente è il desiderio, lo sforzo del protagonista di cercare di ricordare la Divina Commedia in quel posto dimenticato da Dio e oppresso dagli uomini. Al punto di impegnarsi a recitare il canto d’Ulisse al più giovane del kommando chimico, Pikolo, che vuole imparare l’Italiano.

Questa ostinazione che pervade il libro di Primo Levi trova la sua giustificazione nel desiderio indomabile di voler continuare ad essere uomo, nonostante le condizione del Lager muti facilmente la condizione umana in quella dei dannati. Riecheggia quindi da monito e da esortazione la terzina che costituisce l’”orazion picciola” d’Ulisse ai compagni di sventura:

 “Considerate la vostra semenza: 
fatti non foste a viver come bruti, 
ma per seguir virtute e canoscenza”

Primo Levi