di Matteo Bolzonella, Ilaria Forte, Francesca Pellarin 4A PNI
Il 20 maggio 2012 l’Emilia è stata colpita al cuore da un violento fenomeno sismico. A distanza di circa un anno dal tragico evento, gli studenti della 4A PNI del liceo “G.Bruno”, insieme agli altri studenti aderenti al progetto BrunoSolidale – Introduzione alla Protezione Civile, accompagnati dalle professoresse Gruarin e Cesare e da alcuni componenti della Protezione Civile del Comune di Venezia, si sono recati nei Comuni di San Felice sul Panaro (MO) e di Mirandola (MO) per verificare di persona come le popolazioni abbiano reagito al terremoto che ha provocato numerose vittime e gravi danni. La giornata comincia di prima mattina: alle 7.00 in punto parte l’autobus con destinazione Emilia-Romagna. Verso le 10.00 ci inoltriamo già nella campagna emiliana, in cui si possono osservare ancora gli effetti del sisma sulle case rurali: puntellate e in certi punti crollate.
Scesi dall’autobus, incontriamo il vice sindaco di San Felice sul Panaro, Giovanni Giovanelli, che molto gentilmente ci narra dei tragici momenti vissuti quella notte di metà maggio e di come abbia avviato il piano di evacuazione e messa in sicurezza dei cittadini. In seguito, ci porta a vedere, nel campo sportivo del paese, il raro fenomeno della liquefazione della sabbia, per cui lo strato sabbioso del sottosuolo emerge formando le cosiddette fontane.
Dopo la visita all’impianto d’atletica, la nostra speciale guida ci accompagna nel cuore della città, dove possiamo rivedere le famose immagini della rocca estense, circolate per giorni in ogni telegiornale. La torre principale di questa fortezza trecentesca fortunatamente aveva già subito un intervento di centinatura negli anni ’70,
cosa che le ha permesso di resistere alle violente scosse del terremoto. Ma non è rimasta completamente illesa; sono infatti visibili numerose crepe, che sono state subito chiuse con una malta speciale per evitare che gli agenti atmosferici danneggiassero ulteriormente la struttura. Dietro la torre si trova la piazza principale, dove hanno sede il municipio, il monumento ai caduti, il duomo e il teatro. Questi edifici sono attualmente tutti pericolanti e inagibili: nel teatro si è aperta una frattura strutturale per cui la parte anteriore sta rovinosamente scivolando verso la strada; invece gli uffici del Comune hanno dovuto essere trasferiti prima in una tenda e poi in un container, dove si trovano tuttora. Molti sono gli edifici devastati, come la chiesa adiacente alla piazza, il

cui tetto è crollato completamente. L’aspetto che ci ha maggiormente colpito, tuttavia, è quello sociale, dato che i cittadini, a seguito dei crolli e delle lesioni agli edifici, sembrano aver perso i propri punti di riferimento. Non avendo vissuto in prima persona quegli istanti, li lasciamo descrivere alle vittime del terremoto.
Maria Concetta, dipendente scolastica, racconta così gli eventi di quella notte: “Terrore! I muri si avvicinavano, le vetrine andavano in frantumi, le scale ballavano. Eravamo chiusi dentro, senza corrente. Sembrava che un serpente strisciasse sotto di noi! Ancora oggi, dopo tanto tempo, l’ansia e la paura mi attanagliano. Come molti sono senza casa”.
Luciana, insegnante, prova sentimenti analoghi e aggiunge che la condizione del centro storico è tragica, una perdita di quei simboli che hanno caratterizzato la sua vita a San Felice. Nel descrivere l’agire tempestivo della protezione civile ha solo parole di ringraziamento. Interessante è il punto di vista

non solo degli abitanti, ma anche quello dei lavoratori. Ivo, gelatiere di professione, ci descrive gli effetti che il terremoto ha avuto sull’animo dei cittadini: “Istinti infantili, la gente gira con la morte negli occhi”. A differenza di molti, Ivo ha potuto ricominciare a lavorare già dopo 70 giorni: la struttura del chiosco ha resistito alla forte scossa, mentre il mobilio è stato completamente sostituito. “Quello che riporta la tv è una minima parte — ci dice — la gente non è ancora tornata, spaventata dalla possibilità che l’evento si ripeta”. Ma la domanda più diffusa tra la popolazione è: “Dove sono finiti i soldi che gli italiani generosamente hanno devoluto?” . Il vicesindaco spiega le scelte operate dal Comune, ricordando che un terremoto è un evento difficilmente prevedibile, soprattutto perché in Italia si forniscono carte topografiche divise in fasce di rischio e l’Emilia Romagna risultava appartenere ad una fascia con rischio sismico molto basso. Quanto alle

donazioni, spiega che una parte è stata utilizzata per mettere a disposizione un certo numero di case agibili per gli abitanti, soprattutto per quelli rimasti senza la prima casa di abitazione e un’altra parte per costruire nuove strutture scolastiche e per gli anziani a prova di sisma, ecologicamente sostenibili; sono stati allestiti sette campi di produzione di energia fotoelettrica e sui tetti dei nuovi edifici sono stati installati pannelli solari.
Nel pomeriggio abbiamo visitato anche i paesi di Mirandola e di Cavezzo e abbiamo potuto osservare situazioni ancora più gravi di quelle di San Felice. A Mirandola l’intero centro storico era deserto e transennato e si sono visti pochi cittadini solo presso l’unico bar sito nella piazza.
Queste ore passate in Emilia ci hanno colpito molto. Solo stando a contatto diretto con le vittime ci si può rendere conto, anche se in minima parte, di quello che hanno provato e provano tutt’ora al solo ricordo di quella notte. C’è ancora tanta paura e angoscia nella popolazione, e ciò ci ha fatto pensare su come un evento di questo tipo possa cambiare la vita. Colpisce vedere che non si sia ancora potuto ricostruire molto, perché le modalità burocratiche sono di ostacolo e soprattutto la mancanza di fondi da parte dello Stato. Però molte industrie hanno ricostruito i capannoni e hanno ripreso a lavorare: l’operosità degli abitanti di quelle terre è stata essenziale per rimboccarsi le maniche e, in qualche modo, ripartire. Ci auguriamo, quindi, che l’evento non venga dimenticato, confidando nel contributo di tutti: per ora ci uniamo alla popolazione di San Felice sul Panaro nel ringraziare la Protezione civile per l’impareggiabile lavoro che ha eseguito in tutti questi mesi per mettere a proprio agio il maggior numero di persone e per averci permesso questa esperienza unica.
