Un film visionario.
Ispirato al romanzo La cena di Herman Koch, I nostri ragazzi di Ivano De Matteo presenta una trama avvincente, originale e imprevedibile: due fratelli molto diversi, Massimo (Alessandro Gassmann), un avvocato spregiudicato che ha trovato nell’applicazione della legge una miniera d’oro, e Paolo (Luigi Lo Cascio), un onesto pediatra in un ospedale, ormai da anni, si incontrano una volta al mese in un lussuoso ristorante con le rispettive mogli (Barbora Bobuľová e Giovanna Mezzogiorno). Un’abitudine che sarà sconvolta in maniera drastica dopo che i relativi figli, Benedetta (Rosabell Laurenti Sellers) e Michele (Jacopo Olmo Antinori), si ubriacheranno a una festa di alcuni amici di Benedetta. Un video turberà la serenità dei quattro genitori, i quali per facilità hanno sempre difeso i figli anche se erano dalla parte del torto; però, spesso la soluzione più semplice non è quella più giusta, è solo una scappatoia alla quale prima o poi si deve rendere conto.
Due famiglie alle quali corrispondono due reazioni diverse e inaspettate, tra loro in contrasto. Un‘inversione di ruoli che comporterà violente conseguenze.
Il buon lavoro di montaggio e il continuo evolversi degli eventi fanno sì che il film non risulti mai lento e ciò è favorito anche dalla musica sempre adeguata alla vicenda ripresa, alla quale il regista spesso affida il compito di rappresentare lo stato d’animo dei personaggi. Una dimostrazione di tale aspetto ci viene presentata quando la madre di Michele, una volta presa consapevolezza di ciò che ha commesso il figlio, perde i sensi in cucina e il rumore del trapano e del martello, utilizzati dai vicini di casa in quel momento, prendono il sopravvento. Un immenso frastuono per evidenziare la confusione mentale, l’angoscia, lo sbigottimento, l’agitazione e la costernazione che assalgono la donna. Questi intervalli, in cui è la musica a fare da protagonista, fanno in modo che entri in gioco l’espressività dei personaggi attraverso la quale essi esprimono la loro grande abilità nel recitare, facilitata dalle diverse inquadrature in primo piano.
I nostri ragazzi ci lascia certamente una reazione e un messaggio: “ Io come mi comporterei di fronte a questa sempre più frequente amoralità dei giovani?”. Un film in grado di far immedesimare lo spettatore, quasi costretto a prendere coscienza e a identificarsi con uno dei due fratelli, paragonabili ai due celebri fratelli di cui narra Terenzio negli Adelphoe: Demea, uomo all’antica, e Micione, uomo di mentalità aperta e liberale. Attraverso il cosiddetto “raddoppio delle trame” sia Terenzio che De Matteo danno vita a una serie di sottotipi che rappresentano ciascuno una sfumatura psicologica diversa rispetto a quella generale.
I nostri ragazzi è un film adatto a ogni fascia d’età, che tutti dovrebbero vedere, comprendere e assimilare come film “maestro di vita”.
(Camilla Simoni)
______________________
Morale o autoconservazione?
Qual è la scelta più giusta tra una verità terribile pronta a macchiare per sempre il futuro di un figlio e una bugia di circostanza che, messe da parte etica e morale, lascia un giudizio definitivo solo alla propria coscienza?
Questo è l’occhio del ciclone del nuovo film di Ivano de Matteo, “I nostri ragazzi”, una pellicola forse un po’ di stampo estero rispetto al classico modo di far cinema italiano. Non ci sono i toni soffusi d’approccio a un argomento forte, non ci sono eufemismi a velare tematiche tabù, non è un “La vita è bella” che pare scardinare il soggetto dal suo ingranaggio e smussare ogni logica brutale attraverso gli occhi di un bambino. “I nostri ragazzi” è un film che sputa in faccia una realtà attuale – non bella, nemmeno rassicurante – e lo fa col massimo della crudezza, affondando quasi ferocemente le mani in una tematica delicata dopo l’altra.
Due ragazzi hanno picchiato, e di conseguenza mandato in coma, una mendicante, una persona appartenente a una di quelle sottocategorie che all’uomo civilizzato piace considerare inferiori. A prima vista non sono ragazzi pericolosi o violenti, non vivono condizioni particolari né hanno problemi familiari: sono, invece, figli di uomini di successo, un avvocato e un medico, che di certo nulla hanno da spartire con mendicanti qualsiasi, rientrano alla perfezione in uno schema preimpostato di normalità dell’uomo occidentale.
È solo l’esistenza di un video di “Chi l’ha visto?” che li riprende di spalle a insinuare nei loro genitori il germe del dubbio, pochi fotogrammi a far nascere un “e se?” sussurrato a mezza bocca, a ogni respiro, insieme alla paura incisa sulla retina ogni volta che si sbattono le palpebre. “E se?”
In un attimo la normalità viene a crollare. L’aura luminosa di perfezione familiare viene grattata via con le unghie dalla realizzazione che lo stato di natura non conta: l’uomo civilizzato, il borghese benpensante, non è l’uomo buono, è l’uomo annoiato e quindi incattivito, borioso e quindi egoista.
E davanti alla constatazione che la propria inconscia tattica di gioco è stata scoperta, che al momento gli unici testimoni possibili, contro gli insospettabili figli modello, sono proprio i loro genitori, qual è la scelta più giusta da fare? La frattura tra quanto è comandato dalla morale e quanto, invece, è dettato dall’istinto di conservazione diventa il fulcro centrale della vicenda: da un lato, l’integerrimo chirurgo pediatrico, dall’altro un avvocato penalista (rispettivamente Luigi Lo Cascio e Alessandro Gassman, entrambi nomi reggenza del cinema italiano degli ultimi anni e in questo film personaggi un po’ stereotipo), che si trovano davanti alla possibilità di mettere tutto a tacere, salvare i propri figli dall’autodistruzione in cambio di qualche rimorso di coscienza. L’unico compromesso è, appunto, violare i valori etici e lasciarsi trascinare dalla corrente del “vantaggioso a spese degli altri”.
Chiunque si può immedesimare nei genitori dei ragazzi anche solo per un attimo e trovarsi in difficoltà. È per questo che il titolo è “i nostri ragazzi”, a sottolineare il fatto che Gassman e Lo Cascio sono solo volti presi in prestito, poiché chiunque nella stessa situazione si troverebbe davanti alla stessa scelta e alle stesse difficoltà. I loro ruoli si bilanciano, a un certo punto si invertono, rappresentano le due possibili prese di posizione davanti al problema, pur apparendo spesso – al di là della buona resa – grossi cliché interpretativi. Si potrebbe quasi dire che fosse intenzione di de Matteo non discostarsi troppo da un ideale di personaggio strutturato, politicamente ed eticamente definito, per coprire entrambe le facce di una stessa medaglia.
È la storia più vecchia del mondo: ci insegnano che la vita bastona e non fa sconti a nessuno, per questo ci sentiamo legittimati all’egoismo, all’egotismo e all’autoconservazione, lottiamo contro chiunque tenti di toglierci il nostro posto.
Dunque, sebbene secondo questa logica nello schema che regola la vita dell’uomo spesso ci si trovi ad ammettere una qualche regola del più forte, giustificazione anche solo parziale al sentirsi superiori agli altri, in questo film essa viene a cozzare contro il moralismo di cui l’uomo si ammanta così facilmente in pubblico. “I nostri ragazzi” è una critica alla società moderna, in cui vogliamo troppo spesso fare gli idealisti trovando sempre una scusante al prevaricare dei diritti che crediamo di possedere sugli altri. Abbiamo bisogno di stabilire ciò che è giusto o sbagliato, per motivare sempre le nostre scelte magari su un piano positivo, persino quando di giustificazioni non ce ne sono. Insomma, a chi potrebbe davvero importare di una donna stesa a terra, moribonda, contro il futuro di due ragazzi di buona famiglia?
I due ragazzi, Michele e Benedetta, non agiscono spinti da una forza tangibile, non hanno un motore a muoverli e a sostenerli nell’atto. Non viene data una spiegazione logica all’accaduto, la loro sembra semplicemente una bravata giovanile e amaramente, forse senza volerlo, persino in modo classista, una parte di noi arriverebbe a dire che “può capitare”, “sono cose che si fanno”, “i tempi non sono più quelli di una volta”.
Tuttavia, la gioventù bruciata che si considera figlia di una società malata, che incoraggia alla violenza e alla distruzione, stavolta non viene dai bassifondi cittadini che tutti si aspetterebbero. È il ramo secco dell’albero fiorente e pieno di frutti.
(Francesca Rampin)
