Una cena di un gruppo di amici legati fin da quando sono bambini: Betta (Valeria Gobino), quieta e remissiva moglie di Sandro (Luigi Lo Cascio), scrittore e professore universitario, e sorella di Paolo (Alessandro Gassman), estroverso e “cazzarone”, agente immobiliare in attesa del primo figlio dalla bellissima Simona (Micaela Ramazzotti), aspirante scrittrice di periferia. Alle due coppie si aggiunge l’amico d’infanzia Paolo (Rocco Papaleo), attualmente musicista, che fin da sempre fa da paracolpi nei piccoli conflitti all’interno del gruppo.
Una beffa che farà sgretolare le mura gelosamente costruite dai quattro da più di vent’anni e scaverà nel profondo di ognuno di loro, ma che sarà necessaria per farvi entrare un elemento familiarmente e socialmente estraneo: la giovane Simona.
Il tutto ha inizio quando Paolo annuncia con convinzione e soddisfazione ai tre amici, nati e cresciuti nella sinistra borghese, il nome del nascituro, nome che scopriremo invece essere inquadrato in una visione e in ideali ben opposti, che hanno segnato tragicamente parte della nostra storia.
Il colpo di scena farà degenerare la questione, aprendo le porte a una messa in discussione di valori, scelte personali e relazioni che porterà i personaggi ad offendersi ed accusarsi reciprocamente e pesantemente, ma che allo stesso tempo sarà necessaria affinché ognuno di loro si spogli pian piano di tutti quegli strati con cui da vent’anni a questa parte si era vestito, restando legato alla vecchia condizione sociale e circondandosi di un’aureola narcisista che traspare in ogni argomento. Al contrario, invece, il personaggio interpretato dalla Ramazzotti, che all’inizio ci viene presentato come la bella ragazza superficiale, in cerca del successo e sposata con un affascinante Gassman, alla fine si dimostrerà la “tigre di Palocco”, l’unica detentrice della vera visione del mondo così come ci appare, non condizionata da tradizioni e ideali che gli altri personaggi si portano dietro da sempre per filtrare e giudicare la loro attuale realtà.
Lo scontro quindi si diramerà su diversi piani, da quello politico a quello socio-familiare, di cui ogni personaggio si farà portavoce di una diversa visione, mettendo in luce quelli che sono i limiti e i pregiudizi di un’intera generazione italiana.
Ognuno dei cinque presenti tirerà fuori il peggio di sé per poi alla fine liberarsene, per salvare ma allo stesso tempo rinnovare questo legame che, nonostante i colpi di scena e le brutali accuse, si dimostrerà indistruttibile perché basato sull’amore di chi sa ascoltarsi e perdonarsi reciprocamente, elemento che alla fine riporterà la pace nel caos scatenato.
Forse è proprio questo il nodo della commedia: la capacità comune sviluppatasi col tempo di capirsi e accettarsi l’uno con l’altro, che, nonostante tutte le diversità, costituisce da sempre la base del rapporto di questi quattro amici, che devono mettersi a nudo e ripercorrere la propria storia per poter accettare un nuovo e diverso membro, ma soprattutto per poter riaccettare se stessi.
Perché alla fine fra di loro si amano tutti. Alla fine tutti i protagonisti raggiungono la felicità e arrivano alle porte dell’universo, così come Lucio Dalla ci ricorda:
“con un salto siamo nel duemila
alle porte dell’universo
importante è non arrivarci in fila
ma tutti quanti in modo diverso
ognuno con i suoi mezzi”.
(Silvia Zamengo)
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In arrivo un bambino: è aperta la caccia al nome.
Una cena tra amici si trasforma in un viaggio nel passato, dove vengono rivisitate esperienze lontane e infelici, che accomunano i protagonisti di questa storia, e periodi storici recenti e ancora dolorosi per il paese Italiano.
La Archibugi si rifà nell’incipit alla commedia francese: le prénom, regia di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte del 2010.
Il nome scelto dai due genitori per il loro primogenito non è gradito ad amici e parenti, perché ricorda un personaggio di destra che ha cambiato la storia europea del ‘900.
La rivelazione del nome fa scoppiare la bomba: allontanandosi dai riferimenti politici del film francese, la regia italiana si concentra sulle personalità degli attori, desiderosi d’affetto e disillusi nei confronti della vita e del mondo che li circonda; ancora bambini o adolescenti, ansiosi di allontanarsi dal dolore e di liberarsi dai problemi.
Attraverso un tuffo nel passato e nel futuro, tutti offendono e sono offesi, tutti portano alla luce problemi interiori e pensieri contrastanti.
Gli attori sono in grado di risaltare questi sentimenti, senza esasperare e annoiare: i monologhi, la gestualità, le espressioni concorrono per dare emotività a questa sceneggiatura comica e triste allo stesso tempo.
Il clima familiare, il salotto e la terrazza accompagnano il pubblico nell’immedesimazione in questi personaggi reali, anche se singolari.
I flashback, paralleli ai racconti, fungono da ponte con il passato, con il padre difficile e la madre succube, con gli amori e le amicizie adolescenziali.
Un ponte che porta fino al futuro, ai rapporti cambiati all’interno di una famiglia unita da molti anni, che, alla fine della storia, grazie all’amore, all’affetto e alla comprensione, calma gli animi e sistema le cose. Lucio Dalla in Telefonami tra vent’anni raffigura questo ponte: la scelta di questa colonna sonora è adatta e rappresentativa della storia.
Il risultato è buono: l’interpretazione è suggestiva e carica di pathos, l’ambiente accogliente e comune, mentre la storia fa riflettere e ridere, un’ottima combinazione per la commedia italiana.
(Simonetta Romano)
