di Paolo Dalle Fratte, 5 D PNI

Spesso dimentichiamo ciò che realmente siamo: uomini, che amano, che odiano, che provano piacere, che si struggono dal dolore, che ardono di passioni e si illudono e, ancora una volta, si disperano, e sbraitano e piangono e, tremando, si addormentano e, finalmente, sognano un mondo loro, l’infinito.
Ma cosa ci fa sognare? Non solo i nostri desideri, ma anche la situazione di un momento, un solo istante che ci faccia cogliere nelle cose quel fugace particolare che presto scomparirà, che per un attimo fa pensare a qualcosa di lontano e indefinito, un suono, una brezza che ci trasporta in una dimensione altra e fa dimenticare il dolore del presente.
Quale miglior situazione se non l’affacciarsi ad una finestra per cogliere certe sensazioni? Si sente, a volte, l’esigenza di uno spazio intimo, in cui poter stare con se stessi e dialogare, da una prospettiva inedita, con il mondo: una piccola finestrella. ad esempio, con un vetro sottile che lascia passare i suoni e trasmette le vibrazioni di un vento impetuoso, rivestita da una cornice di vecchio legno di quercia ancora odorosa, ancora appiccicosa per quel poco di resina che resiste, gli angoli smussati, mai veramente levigati e curati, le venature ben in vista. Magari vicina ad un camino rivestito di pietra, la cui debole fiamma è ancora abbastanza vivace per scaldarci e appannare leggermente la superficie più bassa del vetro della finestra, non consentendo di vedere in modo nitido e chiaro al di là di quel sottile spessore.
Fuori il nulla.
Ma non può esserci nulla, fuori. Il nulla c’è solo se non osserviamo con la nostra immaginazione.
Eppure, perché dovrebbe esserci qualcosa là fuori, nel mondo che non ci appartiene? Questa natura sovrastante, burrascosa e selvaggia non ci ha dato ragione per sorridere, né felicità per gioire, né bellezza per amare, ma, dolore, e sconsolatezza.
È nei momenti difficoltà, quando ti lasci assalire da questi pensieri, quando guardi la tua finestra e non vedi altro che una tempesta, gocce d’acqua sul nostro vetro, ramoscelli che lo urtano, come se qualcosa volesse entrare e ferirci e ti abbandoni a una vecchia sedia scricchiolante, unica consolazione il tepore del camino, ciò che pensi è “…oddio!”.
Guardi fuori, vedi alberi agitati dal vento, ti senti solo, le foglie sparse nell’aria che si agitano a spirale, guardi in lontananza…sconsolatezza.
Sei infreddolito e avvolgi le spalle vigorose con una coperta, troppo orgoglioso per desistere, mantieni lo sguardo…case brune in lontananza cominciano a farsi più nitide, qualcosa sta cambiando, il vento sembra pacarsi, raggi argentei balenano all’orizzonte, questo nuovo calore ti rinvigorisce, ti fa sentire vivo. Le cose prendono forma, l’oscurità non fa più paura, ti senti sereno, rassicurato dal giaciglio su cui sei seduto; i boccioli dei fiori si distinguono in vicinanza, sui rami che prima stagliavano artigli minacciosi, la vallata comincia ad assumere un colore definito, un verde vivo, e l’imponente figura oscura che prima ti sovrastava non intimorisce più.
È cambiato davvero qualcosa o è solo un momento passeggero? C’è una nuova speranza, non sai perché, ma la tristezza non è più affar tuo, ora ciò che c’è dinanzi è l’infinito che apre un mondo nuovo, un mondo tuo…poi ti svegli e ti accorgi di aver sognato, l’immaginazione ti ha reso libero…anche se per poco.
L’uomo, spesso, sa già cosa troverà dietro una finestra, ma l’attimo che lo inebria sarà proprio il momento in cui dubiterà di trovare ciò che si aspetta, e allora la sua immaginazione andrà oltre a quell’intermediaria quand’ancora essa è chiusa; è allora che sarà sollevato da ogni pensiero.
Chi è, dunque, colui che sa sognare, che sa vivere, che sa fuggire? Semplicemente è colui che pensa, che immagina, non necessariamente in modo razionale, che crea qualcosa di nuovo, lo fa proprio, collega sentimenti, emozioni, dolori e li mescola, li fa scontrare e divenire un tutt’uno ed esalta il loro significato; l’infinito viene così creato.
Una finestra non è un limite, una montagna non sarà mai realmente abbastanza alta o il mare troppo profondo per passare oltre, poiché i suoni trasporteranno, le figure inganneranno, e l’ingenuità del bambino sarà il veliero dell’ infinito e lieto vagheggiare..: “naufragar m’è dolce in questo mare”…dove “naufragar” è amare e “mare” è sognare.