Campo lungo

LA RETORICA DELLA GUERRA

___ _flagallery_parigi-taormina_thumbs_thumbs_il-disegno-di-taorminadi Marco Visentin – IC classico

17/11/2015

Se vi è una frase che, da appena dopo i tragici attentati parigini, più ricorre tra i principali esponenti politici francesi, si tratta certamente di “Nous sommes en guerre” e non certo per mancanza di oratori o pensatori più creativi: ciò di cui ora in Francia si sente disperatamente il bisogno è soltanto la sicurezza e quale miglior rassicurazione di una plateale manifestazione di forza, del rimandare il pensiero dei cittadini alla gloria e all’onore della République? In ciò, François Hollande è stato un vero maestro, tanto che nella sua reazione molti giornalisti hanno visto echi dell’abilità comunicativa – riconosciuta da più parti politiche – del nostro Presidente del Consiglio.
In primo luogo, ha convocato le due Camere in seduta comune a Versailles. Il palazzo del Re Sole – tradizionale luogo di riunione congiunta dei due rami del Parlamento – non è un luogo qualunque e dà un significato politico ben preciso: lì si ebbe l’apogeo della politica francese settecentesca e, in epoca moderna, la reggia borbonica di Francia vide la firma del trattato che ne prende il nome, conclusivo del primo conflitto mondiale. In tale occasione, Hollande ha tenuto un discorso, autentico esempio di retorica bellica, in cui ha affermato che i nemici della République sono sempre stati sconfitti e che la Francia non si lascerà sopraffare. Ultimo colpo magistrale, ha intenzione di attuare il proprio vasto programma di potenziamento delle forze dell’ordine interamente in deficit, nonostante, come egli stesso ha ben fatto notare, le norme europee richiedano una riduzione del debito. Parrebbe una prova di forza, divenuta poi particolarmente fortunata in quanto la Commissione Europea ne ha dato il proprio avallo. Ma il clima francese – se non terrorizzato, almeno ansioso – ben giustifica tali misure.
La Francia istituzionale, fresca di “stato di emergenza”, non è certo l’unica a mostrare i muscoli: gli stessi militanti del sedicente Califfato hanno apertamente dichiarato che intendono colpire gli infedeli, anche come forma di vendetta per i bombardamenti in Siria. Vi è, nei messaggi provenienti dall’organizzazione terroristica, una studiata combinazione di esaltazione religiosa, ideologica e puro orrore, con cui mirano a convincere anche i musulmani moderati, in particolare quelli che vivono in Occidente, a seguire la loro interpretazione del Corano e della politica.
Entrambi gli schieramenti, infatti, tentano disperatamente, chi a ragione, chi a torto, di legittimare la propria posizione. Da tale punto di vista il Daish sembrerebbe avere un vistoso vantaggio, tipico di chi non contempla la libertà di opinione tra i propri “cittadini-sudditi”: le sue argomentazioni, infatti, possono riscuotere successo sia all’interno, sia tra i nuclei fondamentalisti dei paesi occidentali, sia tra persone che interpretano questa violenza religiosa come un mezzo per guadagnarsi la vita ultraterrena e fuggire dall’esistenza presente; basti pensare, a titolo di esempio, a Maria Giulia Sergio, italiana convertitasi all’Islam (radicale) e fuggita in Siria.
È indubbiamente intelligente, da parte degli jihadisti, presentare la loro azione come la risposta all’aggressione militare a uno stato indipendente (tralasciano abilmente, infatti, di menzionare l’illegittimità della loro organizzazione o giustificano la propria lotta armata distorcendo le parole del Corano) e quindi come un atto di difesa necessario. Rientra qui in pieno il lessico dell’odio, la retorica militare; una scelta saggia da parte dei terroristi, meno, probabilmente, da parte degli Stati sovrani occidentali: Hollande, sostenendo che la Francia è in guerra, non ha forse, implicitamente, riconosciuto il nemico come un’entità statale?
Si assiste, in una certa misura, a un revival del lessico successivo agli attentati alle Twin Towers, in cui si evocava la guerra agli “stati-canaglia”; ma in questo caso, è bene tenerlo a mente, sarebbe più opportuno parlare di guerriglia. Si vuole rinforzare i toni, perché la situazione lo impone? Li si definisca “vili terroristi” o semplicemente, e forse sarebbe più efficace, “assassini che si fingono idealisti”. Si contrapponga la nostra civiltà alla barbarie che minacciano, si unisca la comunità internazionale con l’idea che bisogna proteggere prima che combattere.
Invece, per quanto Hollande abbia dichiarato (io credo sinceramente) di voler combattere l’odio, egli stesso si è rinchiuso dietro alla guerra. Non intendo giudicare se questa sia o meno necessaria, il punto è il linguaggio, l’approccio al problema: i francesi sono forse divenuti tutti sanguinari in una notte? Non vogliono, invece, tranquillità e sicurezza? Non si torni (giammai!) al clima della guerra in Algeria. In ogni caso, è probabile che la retorica bellica sarà presto sostituita da una più consapevole: non sussistendo più l’emergenza, i toni si verranno ammorbidendo, come già sta accadendo. Anche tale mutazione mi appare obbligata, necessaria: oggi, infatti, non ho sentito altro, quanto a notizie dalla Francia, che appelli alla concordia e all’unità di tutti i francesi e delle forze politiche. La percezione che ciò trasmette è che i francesi, in particolare i parigini, vivano in un Paese sotto assedio.

19/11/2015

In un periodo in cui la paura per la propria incolumità si fa sentire sempre più forte, sarebbe opportuno sostituire il lessico dell’odio con quello dei valori, come ha fatto il Presidente Mattarella. Anche lo stesso François Hollande, che si trova nella difficile situazione di chi deve impedire il panico, ha oggi rivolto parole di speranza ai francesi:
“La Francia non deve perdersi per vincere la guerra, e risponderà all’odio con la fratellanza, al terrore con la forza del diritto, al fanatismo con la speranza. La Francia risponderà restando la Francia”
È la direzione che speravo prendessero gli eventi: tutti ora si stanno stringendo intorno ai parigini, non solo le grandi diplomazie o gli alleati militari: dal Presidente alle migliaia di manifestanti per le strade delle città di tutta Europa, non è il #JeSuisParis a contare, questa volta, ma la volontà autentica di pace.