di Susanna Scagliotti – II A Classico
“FAI BEI SOGNI” – MARCO BELLOCCHIO https://youtu.be/PRi_u1iZ4DQ
Il passo felpato, le mani a sfiorare la coperta, la carezza come una colomba in volo, il bacio così impalpabile che quasi dubita di averlo ricevuto, persuaso che il sogno sia già iniziato.
Resta supino con gli occhi al soffitto, aspettando che le paure lo ghermiscano, rabbrividendo al pensiero del tonfo della porta e della scomparsa di quell’unico, salvifico, spiraglio di luce.
E poi, un augurio tra le tenebre: fai bei sogni.
La madre lascia la stanza.
Il sollievo per una frase rassicurante e il timore – mai lo confesserebbe – di non vedere più chi l’ha pronunciata.
Intorno a un’immagine archetipica dei rapporti umani profondi, a un’esperienza fra le più ordinarie della vita di un bambino (una madre che rimbocca le coperte e augura la buonanotte) si snoda la vicenda di Fai bei sogni, film di Marco Bellocchio presentato al Festival di Cannes 2016.
La situazione è tanto comune quanto ineffabile: com’è possibile rendere appieno la portata di simili riti, o la loro improvvisa estinzione? Come si può descrivere la morte di una madre e la sofferenza di un figlio che è abbastanza grande per
comprenderla, ma troppo piccolo per tollerarla?
Non di rado Bellocchio ha scelto di trattare questioni che si prestano a facili pressapochismi o a derive ideologiche (si ricordino per esempio Bella addormentata e Buongiorno, notte, rispettivamente sul tema dell’eutanasia e sull’omicidio di Aldo Moro), riuscendo tuttavia ad affrancarsi dallo spettro incombente della retorica. In Fai bei sogni il racconto di un lutto non cede a istanze di esasperato patetismo, sottolineando invece il percorso di tormento, ricerca e accettazione compiuto dal protagonista, Massimo.
A questo punto potrebbe essere ancor più interessante scoprire che Massimo esiste, e di cognome fa Gramellini. Giornalista de La Stampa, nel 2012 scrive Fai bei sogni, il racconto autobiografico di un’infanzia segnata dalla morte di sua madre, a cui fa seguito un continuo equilibrio tra decadenza e rinascita.
Nonostante sia lontano dal tradire lo spirito del libro, il regista ha intessuto una propria trama fatta di piccoli gesti, di attimi evanescenti eppure potentissimi, di micro-universi inscritti nella cornice della Torino degli anni ’60.
Chi guarda viene investito dal furore dionisiaco di un bambino che non accetta la morte della madre; poi placato dal sentimento più maturo, apollineo, di un Massimo ormai cresciuto; e nel frattempo si confronta con l’approccio distaccato del padre del protagonista. Quest’ultimo, interpretato da un severo Guido Caprino, tenta di affrontare la perdita della moglie celandosi dietro una patina di intransigenza o addirittura di consapevole oblio: emblematica la scena in cui, a poco tempo dall’accaduto, il padre porta Massimo allo stadio a vedere una partita della squadra del cuore, il Torino. Massimo è visibilmente spaesato nel mezzo della folla dei tifosi, sollevato come un sacco sulle spalle del genitore esultante, inerme di fronte a una gioia che non lo può coinvolgere, non in quel frangente. Suo padre forse crede che nascondere il dolore sia un modo per superarlo, che l’emancipazione dalla tristezza si ottenga con il “parlare d’altro” o con il “fare altro”, non intuendo tuttavia che l’unica soluzione per non soccombere è porsi davanti alla disperazione stessa.
Di questa sistematica damnatio memoriae risentirà il Massimo adulto (Valerio Mastandrea): in una sequenza dall’alta tensione drammatica, l’uomo rimprovererà a una parente il silenzio con cui si è coperto per anni il fatto, con l’aiuto di innumerevoli bugie. La più grande? La risposta alla domanda “Perché la mamma è morta?”: “Infarto fulminante”.
Ma l’unica cosa fulminante è stata la velocità con cui si è tentato, invano, di anestetizzare il dolore di un bambino che solo anni dopo troverà le risposte alle sue domande.
Bellocchio ci conduce alla rivelazione mediante un excursus nostalgico e affascinante dei ricordi d’infanzia di Massimo. Già le prime sequenze hanno un impatto straordinario sullo spettatore: madre e figlio sono in tram, vicini. Lei guarda fuori dal finestrino, assorta; e lui la osserva a sua volta, subodorando un’inquietudine ma non riuscendo a spiegarsela. Il tram viaggia, si ferma, e loro non scendono mai. Infinito è il tragitto del tram e infiniti sono i pensieri che i due comunicherebbero, se solo fossero in grado, limitandosi invece a un gioco di sguardi sostenuto da una grande prova interpretativa.
A raccontare il rapporto tra madre e figlio c’è anche una dolce memoria musicale, oltre che visiva: Massimo ricorda la mamma cantare Resta cu’ mme, canzone semplice e forse stucchevole, ma fortemente evocativa del senso di sicurezza provato dal protagonista udendo quei suoni. E questo amore riemerge al funerale: invitato a pregare per l’anima materna, Massimo trasforma Resta cu’ mme in una personalissima invocazione, supplicandola di restare per sempre con lui. Il dolce e l’amaro si uniscono così in un connubio fatale, enfatizzato da effetti luministici e tonali davvero mirabili: gli abiti scuri che risaltano sugli incarnati diafani, la cupezza della camera funeraria, l’atmosfera rarefatta, onirica quasi come quell’invito per sempre messo a tacere, fai bei sogni…
E pare un sogno perfino un’inquadratura reiterata nel corso del film, ossia la veduta frontale dell’ingresso dell’appartamento del protagonista. Si tratta di una soglia la cui austerità è ancora più greve dopo il lutto di Massimo, una soglia che rievoca spaventosamente uno scorcio della casa di Titta, indimenticato personaggio di Amarcord. Anche lui perde la madre e, a poco tempo dal funerale, esita sullo stipite della porta, oppresso da una casa tetra come i suoi pensieri. A differenza però del Titta di Fellini, in fondo non così ferito dalla scomparsa della mamma e nemmeno privato della sua irrequietezza (tant’è che lo vediamo gioire nelle scene finali, al matrimonio della mitica Gradisca), il Massimo di Bellocchio è devastato dall’evento tragico, tanto che esso diventa il centro della sua esistenza.
È proprio questa identità tra vita e morte a costituire uno dei motivi più intriganti di Fai bei sogni, soprattutto perché legata a un’altra aporia: quella tra bene e male.
Una volta orfano Massimo, privo di guide rassicuranti, se ne crea una fittizia, sempre pronta a correre in suo aiuto: Belfagor. Il personaggio televisivo dei Sessanta, da tutti ritenuto perfido per il suo aspetto un po’ da messaggero mortifero, un po’ da spirito incappucciato, per Massimo diventa la voce della verità. Belfagor è un falso malvagio, un mentore benevolo anche se minaccioso, molto simile al Mefistofele del Faust di Goethe, che alla domanda “Dunque tu chi sei?” risponde: “Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene”.
Si riconoscono sempre di più le tinte del percorso di formazione di un bambino che ritaglia delle fantasie di salvezza – ritorna la dimensione del sogno – con un effetto straniante rispetto al reale, scoprendo che il bene e il male non sono poi in grande contraddizione.
La prospettiva della vita nella morte non abbandona Massimo nemmeno da adulto, negli anni ’90. Affermato giornalista sportivo (complice il famoso pomeriggio allo stadio da bambino), è schiavo di inquietudini e malesseri anche fisici. La sua è una vita scandita dal supremo lutto, e quando un certo Simone scrive una lettera a una rubrica del quotidiano per cui Massimo lavora, tutto sembra cambiare. Nella lettera Simone rivela di odiare la propria madre: Massimo, benché riluttante, su interesse del capo si assume l’incarico di rispondergli. Il tono della replica è certo lacrimoso (unica nota affettata del film di Bellocchio), ma lo sfogo potrebbe essere servito a rivalutare la perdita e ad andare avanti. Così non è: il baratro si estende, Massimo arriva a soffrire di tachicardia e a rivolgersi a una giovane dottoressa, Elisa (Bérénice Bejo), a cui confida perfino il segreto dell’antico Belfagor, mai morto nelle sue speranze.
Solo a questo punto si può capire come mai Massimo non abbia elaborato il lutto: è stata la morte della madre a metterlo per la prima volta di fronte al senso della fine. Esso è ben più subdolo della morte: la preconizza ma non la vede mai arrivare, lasciando colui che ne soffre in un perenne stato di tensione esistenziale.
Pare impossibile impedire il naufragio, ma una soluzione c’è: ballare sulla nave che affonda. Come gli appestati di Tucidide o di Boccaccio si abbandonano a un’isteria edonistica per cogliere brevi attimi di gioia nell’immensa vanità del tutto, così la galleria di tipi umani di Fai bei sogni vuole reagire alla paura della fine: lo fa un faccendiere nel pieno di Mani Pulite (Fabrizio Gifuni è maestro di ruoli cinici) rendendo il giornalista Massimo partecipe di riflessioni e di un inaspettato epilogo; lo fa un vecchio professore di Massimo (l’immancabile Roberto Herlitzka) parlando di religione; lo fa il padre di Massimo, che molti anni dopo si risposa.
E poi c’è qualcuno che non si ferma alla metafora: in una delle scene più belle del film, la prima, madre e figlio ballano di un ballo sfrenato, senza regole, al ritmo di un twist coinvolgente. Massimo è felice di farsi trascinare dalla vivacità di sua mamma. Eppure, le cromie dell’inquadratura sono spente, i volti pallidi. Noi non lo possiamo ancora sapere, ma quella malinconia è più di una sensazione: la madre sa già di essere malata terminale (è per questo che, una notte, si getterà dal quinto piano), nel suo sorriso si cela l’angoscia, guarda il figlio sapendo che presto non lo vedrà più. Può salvarsi da se stessa solo ballando, ballando, ballando.
Trent’anni dopo, Massimo si lancerà in una danza dal significato specularmente opposto. Invitato a una festa da Elisa, dapprima muove qualche passo rigido, poi la musica lo cattura, finché diventa il protagonista indiscusso del ballo. I suoi timori si sciolgono di pari passo con il suo fisico, per alcuni sublimi minuti la gioia lo pervade: la svolta allora non è stata la lettera di Simone, ma il ballo con Elisa.
Non sappiamo se ciò porterà Massimo a una nuova, più ottimistica, visione del mondo.
Eppure il regista, interpolando sapientemente una levità di episodi dal sapore familiare, degli attori dalla rara espressività drammatica e delle atmosfere aeree come pennellate impressioniste, sembra suggerire che ogni vita, pur magari costellata di disillusioni mai sopite, ha valore per il fatto stesso di essere esperita.
La via d’uscita dal tunnel di negatività non è sottrarsi al grande ballo dell’esistenza (come ha fatto la madre di Massimo suicidandosi, o come il piccolo Massimo che invoca sempre l’aiuto di Belfagor), ma concedersi di vivere per il solo gusto di contemplare la bellezza di ogni cosa, interiorizzando un augurio tutt’altro che notturno o infantile: fai bei sogni.