“Il giovane favoloso” di Mario Martone è stato presentato alla settantunesima Mostra del Cinema di Venezia. Non era per niente facile affrontare un argomento, come la vita di Leopardi, in cui si rischia di cadere nel banale ad ogni passo. Martone è riuscito ad evitare ciò dando alla luce un film per niente scontato e con scelte registiche e scenografiche molto interessanti. Il film racconta la vita del poeta recanatese: i primi anni di studi in casa del padre e le esperienze vissute a Roma, Firenze, Pisa e Napoli.
Durante tutto il film il regista è riuscito a conciliare la narrazione delle vicende autobiografiche con le riflessioni filosifico-letterarie scritte nelle lettere al fratello e nello Zibaldone rappresentando queste ultime mediante sogni o visioni. Scelta, questa, molto particolare ma che consente al film di non essere una mera biografia ma una nuova riflessione sul pensiero filsofico leopardiano, una rivisitazione moderna di un pensiero che desta ogni anno interesse negli italiani di qualunque età.
L’immagine di Leopardi stesso, grazie ad un’ottima interpretazione di Elio Germano (anche per quanto riguarda la lettura delle poesie molto ben interpretate), come un giovane poeta che non riesce ad inserirsi nel panorama letterario a lui contemporaneo, incompreso dai suoi genitori e che nonostante le difficoltà finanziarie e di salute persevera nella realizazione del suo progetto poetico. Il Leopardi di Germano ricorda a volte un poeta della Beat Generation: chiuso in se stesso, oscuro nelle relazioni con le altre persone, non compreso dal mondo a lui circostante. Tuttavia il personaggio pensato da Martone riesce a non scadere nei luoghi comuni scolastici riguardanti Leopardi e riesce a rappresentarlo evitando esasperazioni banali e patetiche. La sceneggiatura è molto ben costruita, con richiami ai film di Fellini, è il caso del bordello in cui si reca Leopardi a Napoli dove le prostitute e l’ambientazione ricordano molto quelle del regista riminese.
Il film si chiude con la poesia “La Ginestra” recitata mentre sullo schermo scorrono le immagini di un’eruzione del Vesuvio, finale che dà l’effetto quasi di una dissolvenza; non è raccontata la morte del poeta ma Martone ha preferito concludere con la poesia che racchiude in sé tutto il pensiero leopardiano, il componimento più ricco che Leopardi ci ha lasciato e che racconta la nullità e l’infelicità umana.
(Giovanni Gottardi)
