Per il centesimo anniversario del Primo Conflitto Mondiale, Ermanno Olmi si è prefissato un obiettivo non poco impegnativo: celebrare le vite di migliaia di uomini che sono andate perdute e dimenticate in nome di un ambiguo calcolo politico e alle quali il più noto Secondo Conflitto ha, se così si può dire, rubato la scena. Olmi, in questo film breve ma incisivo, ha preferito evidenziare la vanità della guerra piuttosto che i suoi orrori, il cui specchio è l’atteggiamento stesso degli uomini che la vivono in prima linea, ormai disillusi e per i quali parole come “sopravvivenza”, “Patria” o “Dio” hanno perso significato. L’incipit consiste in un soldato, reso un punto scuro dal biancore accecante della neve, che si avvia alla trincea, per poi uscirne con altri commilitoni, costretti a spalare per tracciare un sentiero. “Di neve -informa la voce narrante- ne son caduti quattro metri e mezzo”, quasi a indicare che da quel terrapieno umido non uscirà nessuno, né quelli che lì troveranno la morte, né coloro che, tornati a casa, dovranno per sempre convivere col ricordo. Alla sera, sul solitario e surreale Altopiano dominato dalla luna, si ode soltanto il conducente di mulo intonare “Tu ca non chiagne”, il quale, in una chiara citazione a “Paisà” di Roberto Rossellini, riceve acclamazioni da ambedue i fronti. L’indomani l’ufficiale territoriale si reca all’avamposto, informando il capitano che il quartier generale intende sferrare un attacco congiunto su tutto il fronte del Nord Est: per garantire il successo della manovra, è necessaria la conquista di un punto di osservazione. Il tenente, ben consapevole delle condizioni di salute e di spirito della sua guarnigione, vorrebbe rifiutare, ma gli ordini, per quanto insensati, son sempre ordini: da qui in poi il nemico apparentemente sopito, la cui unica manifestazione sono i colpi di fucile e mortaio, si risveglierà, prima limitandosi a sventare i tentativi di avanzata, poi bombardando la stessa trincea, che sarà infine abbandonata.
Ci si potrebbe dilungare a descrivere i vari tasselli che compongono questo mosaico cinematografico sprovvisto di una vera trama, giacché, come intuito dal regista, in guerra non ne esiste una, e nei giorni sempre uguali, un uomo segnato dalla morte trova conforto soltanto nella contemplazione di ciò che riesce a distrarlo dal suo destino: questo ruolo è assunto dalla Natura –nozione recuperata dagli scritti di Mario Rigoni Stern, la cui influenza è sottintesa-, come nel caso del topolino cui si affeziona uno dei soldati ammalati o del larice protagonista dell’unico momento onirico del film, che non stona affatto con il realismo della pellicola.
La sceneggiatura prevede una caratterizzazione minimalista dei personaggi attraverso poche battute per ciascuno, dei quali fra l’altro non conosciamo nemmeno i nomi, a indicare come la guerra causi la perdita di individualità –concetto cardine di un’altra intensa opera cinematografica sulla Prima Guerra Mondiale quale “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick-, e ciò vale per i protagonisti come per il nemico, che il pubblico non riesce mai a identificare con un volto umano: tuttavia, quando si viene ai dialoghi veri e propri, essi risultano artificiosi e spezzano il ritmo colloquiale mantenuto dalla narrazione. Per far parlare degli uomini resi muti dal dolore, si ricorre a una regia basata sul primo e primissimo piano, ampiamente descrittiva, che permette un grande sfoggio di espressività da parte degli attori, i quali in certi momenti si rivolgono direttamente al pubblico guardando in macchina, raccontando i loro rimpianti senza esasperazioni di patetismo, come se lo spettatore fosse là con loro e già sapesse perfettamente la situazione in cui versano: una delle scene più pregevoli del film consiste appunto in un primissimo piano di questo tipo, in cui al tenentino, che sappiamo essere appassionato di studi umanistici, viene affidato dal regista il difficile compito di sintetizzare in toni più solenni le angosce descritte dai suoi compagni di estrazione popolare, il cui sguardo difficilmente si riesce a sostenere senza un moto di vergogna.
Ulteriore prova di qualità tecnica è la fotografia diretta da Fabio Olmi, che ha saputo, in esterni, gestire a dovere i riflessi della neve, soprattutto nelle scene notturne e, in interni, creare una penombra che conferisce un tono ancora più cupo ai volti degli attori e alla scenografia, evidenziando così il contrasto tra le due dimensioni in cui la guerra si combatte: quella dove il conflitto è oltre il filo spinato e quella dove invece esso è interiore. Il montaggio del film, che nel complesso dura appena un’ora e venti minuti, è serrato, e Paolo Cottignola l’ha ponderato attentamente, contrariamente a quanto succede nella maggior parte dei film italiani più recenti, dove questa componente passa in secondo piano. La location poi, incredibilmente suggestiva, è l’Altopiano di Asiago, immerso nel silenzio, interrotto soltanto dalle esplosioni degli ordigni e dalle musiche del trombettista Paolo Fresu, il quale, dopo il pezzo alla fisarmonica in apertura, chiude con una variazione del “Silenzio”. La scenografia di Giuseppe Pirrotta e i costumi del duo maestro-allievo di Maurizio Millenotti e Andrea Cavalletto –qui a ruoli invertiti, giacché Millenotti ha offerto soltanto la sua “amichevole supervisione”- provvedono rispettivamente a un ambiente spartano ed essenziale, con pochi oggetti quotidiani che scandiscono la vita al fronte, e a uniformi che non hanno nulla a che vedere con lo sfarzoso mondo delle parate militari, ma che sono semmai l’unico modo per tenersi al riparo dal freddo. Una menzione d’onore va anche al trucco, eseguito da Dalia Colli, la quale ci presenta da un lato i volti rosei e ben curati degli ufficiali e di coloro che sono appena arrivati, e dall’altro quelli emaciati e anneriti degli uomini che sono stati in prima linea, e che ora attendono in preda alla febbre o nello sconforto la loro fine.
Parlando di recitazione, si incorre nella poco convincente interpretazione di Claudio Santamaria –l’ufficiale territoriale- e di Francesco Formichetti –il capitano-, i quali potrebbero essere definiti quasi i protagonisti dati il numero di battute e la presenza scenica, ma che ostentano un modo di fare e un tono comicamente militareschi da recita scolastica. Una piacevole sorpresa proviene invece da Alessandro Sperduti –il tenentello-, il quale, dopo le dimissioni del capitano, assume nell’economia del film un ruolo sempre più determinante, fino al sopracitato monologo finale, durante il quale la sua voce si incrina fino a quando, con grande genuinità e senza alcuna parvenza di finzione, si commuove, scuotendo definitivamente il pubblico. A parte questi casi isolati, sarebbe impossibile esprimere un parere approfondito sul resto del cast, in quanto agli altri attori è dato uno spazio che spesso non va al di là di un paio di battute, ma nel complesso risultano coerenti col tono del film e nel loro piccolo offrono decisamente una buona prestazione. Infine, una scelta non condivisibile è quella delle immagini di repertorio nel finale, che lo banalizzano alla stregua di un documentario: dal momento che l’intento del regista è riportare tali eventi alla mente di chi non li visse in prima persona e comunicare un messaggio di pace, pare quasi una contraddizione mostrare dei filmati originali dell’epoca, in quanto il film dovrebbe essere da sé bastante veicolo del ricordo, senza l’ausilio di altri supporti per essere storicamente valido.
Si può dunque dire che “torneranno i prati” è un film canonico come ci si aspetterebbe da un maestro quale Ermanno Olmi, che, seppur con alcuni difetti, ripropone degli stilemi classici del film di guerra, lasciando però da parte l’azione e l’eroismo e focalizzandosi piuttosto su quello che non è una grande battaglia, ma uno scenario monotono, senza via di scampo e pertanto più terrificante della morte stessa, mettendo in luce come la guerra sia in grado di infettare i più intimi meandri dell’animo umano, e che proprio per questo le ferite che provoca non sono mai del tutto rimarginate. Olmi decide di lasciare da parte moralismi e luoghi comuni, ammettendo che, per quanto doloroso o dannoso in un primo momento possa rivelarsi, bisogna sempre riaprire queste ferite, per evitare che, in futuro, ne siano inflitte di più gravi: a quanti chiederanno una spiegazione per le tante vite sprecate, secondo la visione cattolica sottesa al film, non resterà che praticare la via del perdono.
(Giovanni Stigliano Messuti)
