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GIURIA “DAVID GIOVANI”: ALCUNE RIFLESSIONI

 

DONALTELLO

 

Sono diverse le sensazioni che si affastellano al termine della visione della maggior parte dei film prodotti in Italia o diretti/interpretati da connazionali nel corso dell’ultimo anno: il percorso per la selezione della Giuria del “Leoncino d’Oro” – attivato quest’anno nel nostro Istituto – ha offerto a molti giovani l’opportunità di avere accesso gratuitamente alle proiezioni di numerosissimi film e questo è, indubbiamente, un merito e un motivo di vanto per il percorso stesso; tuttavia, alla luce delle opere visionate, pare opportuno fare qualche considerazione.

Fin dagli albori della civiltà umana la cultura di una nazione è il primo specchio della sua complessità sociale, intellettuale, critica: tale fenomeno, in un momento storico come quello attuale, in cui si configura una società di massa capillarmente interconnessa, è destinato a manifestarsi con evidenza ancora maggiore. Si consideri inoltre che il cinema, nonostante sia nato in tempi relativamente recenti, negli ultimi settant’anni si è prepotentemente affermato come una delle forme primarie di espressione culturale: di ciò sia testimone la fortunata definizione di Ricciotto Canudo, che già nel 1921 lo definì “settima arte”. Ebbene, il cinema italiano degli ultimi anni presenta evidenze di una crisi: non si tratta della crisi legata a numeri, calcoli e indici incomprensibili che attanaglia l’orbe terracqueo da ormai quasi dieci anni, ma si tratta di una ancora più insinuante crisi di identità che il nostro paese -e conseguentemente il suo modo di fare cinema- sta affrontando. Questa decadenza trova corpo principalmente nella ripetizione dei temi, nella povertà di intreccio e nella mancanza di novità. Tuttavia in questo panorama a tinte fosche non mancano opere di grande rilievo.

Eloquente di per sé è il fatto che tra i film in lizza per “Il David Giovani”, a fronte di lavori comunque di qualità, il genere più rappresentato sia la Commedia che, peraltro, si basa nella maggioranza dei casi sull’estenuante riproposizione di personaggi e situazioni, giocando su opposizioni come ricco-povero (Il ricco, il povero e il maggiordomo, Ogni maledetto Natale, Scusate se esisto), nord-sud (La scuola più bella del mondo) in una sterile ricerca di ricomposizione finale in cui trionfi sbrigativamente il buon sentimento di turno, dall’amore allo sport. Non di rado inoltre nei film visionati ci si avvale di una comicità di bassa lega che punta a mettere in evidenza solamente i lati più degradati e degradanti dell’essere uomo; sia chiaro, la volgarità è sempre stata parte della Commedia, fin dai tempi della Grecia Antica, ad ogni modo dovrebbe essere quantomeno arginata in film che attirano un pubblico particolarmente giovane. A fronte di gag comunque riuscite e spassose si finisce tuttavia per avvertire un senso di languore a fronte della ripetizione di situazioni portate all’estremo; la speranza viene dunque riposta in una Commedia che non si elevi solamente nei termini del numero di film che escono ogni anno, ma anche in termini di qualità e novità, senza degenerare nella farsa. Fortunatamente non sono mancate nell’ultimo anno delle commedie molto belle: è il caso di Noi e la Giulia di Edoardo Leo. Molte volte il tema della lotta alla Mafia è stato portato al cinema con risultati variabili: Leo, pur strizzando l’occhio ad alcuni inevitabili stereotipi caratteriali, è riuscito a proporlo con nuova freschezza e originalità, senza scadere nell’eccesso ma umanizzando le diverse prospettive, condensando le angosce di una generazione fallita e i dubbi di un anziano mafioso, diviso tra la lealtà al proprio clan e l’affetto per i propri nuovi amici. Ciò ne fa un’opera, se non rivoluzionaria, nuova e in grado di far riflettere divertendo piacevolmente al tempo stesso.

Una strada alternativa a quella della Commedia è stata tentata in molte opere di buon spessore: è innanzitutto opportuno ricordare Il Giovane Favoloso di Martone che, incensando un’antica gloria italiana quale Giacomo Leopardi, coglie l’occasione per regalare allo spettatore un incantevole ritratto non solo della vita del suo protagonista (straordinaria la sofferta interpretazione di Elio Germano) ma anche delle meraviglie dell’Italia che il poeta ha conosciuto grazie a scene di rara bellezza e poesia, rese possibili da una magistrale fotografia. Nonostante qualche rara scelta poco comprensibile nello svolgimento della trama, il film di Martone si segnala come una delle opere più significative della stagione passata.

Altrettanto degno di nota è stato Torneranno i prati, diretto dall’ottantatreenne Olmi, pacato ma al tempo stesso pungente nel tramandare a quasi cento anni di distanza dalla Grande Guerra l’orrore della vita in una trincea sulle Alpi nel corso del conflitto. La scelta di non mostrare mai il nemico, se non attraverso i colpi della sua artiglieria, stempera i classici canoni del film di guerra acuendo al tempo stesso la tensione che permea tutti gli ottanta minuti dell’opera: la successione apparentemente casuale e slegata degli eventi, l’alternarsi di momenti di calma e di forte impatto emotivo rendono Torneranno i prati un film in grado di coinvolgere intensamente lo spettatore rievocando con singolare accuratezza la paura, il dolore e la stanchezza dei soldati, realtà ormai completamente ignote nelle forme estreme del secolo scorso alle nuove generazioni.

All’interno del panorama cinematografico italiano recente merita una menzione speciale Io sto con la sposa, pur non figurando tra le opere prese in esame dal “David Giovani”, per il coraggio con cui i suoi registi hanno saputo trattare -in quello che di fatto è un documentario- un tema di strettissima attualità attraverso una prospettiva scomoda e non convenzionale; i registi infatti hanno realmente (in piena consapevolezza dell’illegalità delle proprie azioni) aiutato alcuni immigrati clandestini ad attraversare tutta l’Europa fino a giungere in Svezia, mascherando il viaggio della speranza da corteo nuziale. Il tema dell’immigrazione clandestina, che tante ecatombi continua a conoscere nel silenzio e nell’inerzia generali, viene quindi visto secondo la prospettiva degli stessi immigrati, che vengono a più riprese intervistati rivelando storie personali di privazione e dolore ma anche di speranza in una vita migliore resa possibile dalla “civiltà” europea. Io sto con la sposa diventa dunque qualcosa di più di una semplice bella storia, temperata dalle diverse sorti dei viaggiatori, mutandosi in una singolare occasione per conoscere anche i lati disumani del proprio stesso Paese, che nessuno, essendo abituato a vivere nella “terra dei Diritti, della Democrazia e della Libertà”, avrebbe mai immaginato di conoscere: una lezione capace di parlare in modo inedito di un tema riguardo al quale è spesso troppo facile lasciarsi guidare dalle apparenze e dall’ignoranza.

Opere come queste testimoniano quindi come il cinema italiano ormai non sia ridotto ai soli “cinepanettoni” ma presenti ancora focolai di grande vivacità e spessore, capaci non solo di appagare la vista, ma anche di innescare emozioni e muoversi contro il pensiero dominante, riflettendo una realtà non solo gravata da una crisi ma anche desiderosa di battersi, di sognare e di far sognare. A fronte di questa volontà sarà tuttavia determinante, nei tempi futuri, la risposta del pubblico, troppo poco capace di lasciarsi ispirare e troppo spesso inerte consumatore.

(Lorenzo Manzoni)