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«La riga bianca» del prof. Francesco Minosso

Non riesco a ricordare un aneddoto preciso [del progetto musica], piuttosto certi momenti del laboratorio di creatività quando cominciamo a ragionare intorno a una situazione… Per esempio, si guarda il video di Shibuya e poi si fa un brainstorming e si comincia a costruire qualcosa di collettivo. Oppure quando prendiamo in mano le bottiglie di plastica e cominciamo ad ascoltare come suonano, poi ragioniamo sui suoni prodotti e decidiamo come suonarle sul serio. Altre cose sono i disegni con cui cominciamo ad esprimere i concetti oppure il suono con cui rappresentiamo i disegni. Questi sono momenti forti e di forza creativa. Costruiamo così il linguaggio dello spettacolo.

    Solo dopo, lavorando su queste che sono come delle parole, cominciamo a scrivere un testo adoperandole e trovando un loro senso, ma è sbagliato chiamarle parole perché le parole appartengono al pensiero razionale, mentre un suono, non so, certo non rappresenta che il suono stesso. Per esempio se dico “pastasciutta” io mi rappresento qualcosa e la parola pastasciutta rimanda a una cosa ben precisa. Ma se io canto tra la la questo suono non si riferisce a nessuna immagine, a nessun concetto se non a tra la la stesso, la durata, l’intensità, l’altezza. Nessuna immagine.

    I ragazzi stanno di più sul livello delle parole e per loro le parole vogliono sempre dire qualcosa, una canzone la scelgono perché racconta qualcosa, io per quanto riguarda la musica sto meno sul significato delle parole, ma la mia cultura musicale è completamente diversa: un quartetto di Beethoven non rappresenta nulla tranne la sequenza dei suoni che percepisco mentre si manifesta.

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 Come ho detto, segue un processo di definizione e di comprensione del materiale e di sua cristallizzazione in gesti, in azioni, in un copione. Mi piace un sacco il processo attraverso cui queste cose, che non sono niente, diventano un copione, una storia e quella sì porta con sé dei significati, ha un senso. Mi piace un sacco come condividiamo il senso di quello che facciamo sulla scena, ma tra la partenza e l’arrivo ci sono delle cose indicibili, intraducibili in parole. Le ho rappresentate con la riga bianca qui sopra.