di Azzurra Muriti (II E, cl.)
Essere donna oggi è a volte inquietante. E’ inquietante perché, se nel secolo scorso abbiamo lottato con la speranza di essere poste in un piano di uguaglianza almeno formale rispetto al genere maschile, oggi siamo di fronte ad un fenomeno che sembra solo l’estrema manifestazione di una considerazione delle donne illusoriamente superata. Stavolta però, cortei e proteste non bastano a sradicare queste violenze, difficili da classificare perché profondamente diverse tra loro. L’unico elemento comune è la vittima, la donna, preda perché debole.

La definizione piuttosto ampia di “femminicidio”, come crimine di qualunque natura nei confronti di una donna in quanto “tale”, trova la sua ragione d’essere nella necessità di identificare la causa di ciascun episodio in una considerazione del genere femminile che mette in discussione le nostre convinzioni sul mondo civilizzato. Crediamo di essere più libere delle donne avvolte nei burqa, eppure ad ognuna di noi sarà capitato di essere guardate con malizia per una gonna troppo corta, di aver istintivamente temuto di essere aggredite.
Cosa accade se la l’emancipazione è solo formale, se i retaggi di millenni di dominio permangono nel subconscio di ogni uomo, fomentati da istinti di una violenza primitiva, continuando a manifestarsi soprattutto tra le mura di casa?
E’ questo che avviene, secondo i dati Ansa: nel 40% dei casi l’assassino è il compagno o il marito, inspiegabilmente amato. La società condanna le violenze domestiche, psicologiche o fisiche, ma questo non è sufficiente ad evitarle, poiché non c’è modo di violare il silenzio della moglie, o, peggio, dei famigliari, se vittima e carnefice sono legati da un rapporto sentimentale. Spesso l’omicidio del coniuge è preceduto da mesi, se non da anni, di episodi di collera o di violenza.
Così accadde a Francesca Alleruzzo: dopo essersi separata dal marito, venne pedinata da lui per mesi, finché addirittura non lo trovò ai piedi del letto, mentre dormiva. Lei non ebbe mai il coraggio di denunciarlo, per paura e per pena. Un uomo che a cinquant’anni perde tutto, beve, insegue il passato incapace di riprendersi. Alla fine ha ammazzato Francesca e il compagno, assieme alla figlia di primo letto e al suo fidanzato. Anche tentando di cogliere un briciolo d’amore in questa storia, non vi si riesce: è inammissibile che le donne esitino di fronte alla violenza maschile; è malsano che vi sia un istinto di dominazione naturale per l’uomo e, viceversa, di sottomissione per la donna. È inutile parlare di quote rosa o reato di stalking, se prima non ci sottoponiamo ad una rieducazione morale e culturale. Se ci sentiamo ancora economicamente o socialmente costrette a dipendere da compagni e mariti, non sapremo mai dare voce a queste donne, vittime della nostra omertà. È su questo infatti che si fonda la sicurezza degli assassini: sulla garantita omertà familiare, tipica di ogni famiglia patriarcale e tipica, almeno in alcune regioni isolate, delle situazioni denunciate dalle donne.
Il nome “femminicidio” è nato per far scontrare l’opinione pubblica con la realtà. Non basta sentirci rassicurate dal progresso, certamente enorme, che è stato fatto, ma dovremmo sentirci anche turbate da questo silenzioso fenomeno. Personalmente, credo che la repressione apparente non faccia altro che rendere più efferati i crimini e più accaniti gli assassini, come se si dovesse trattenere un comportamento spontaneo. Ed è questa matrice che va annientata, o un giorno rimarremo segregate in casa per timore di essere violentate; porteremo lunghi veli con vergogna, come se il nostro corpo non fosse fonte di vita ma di peccato; obbediremo ad un marito per non essere ammazzate.
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Invito alla discussione
Siete d’accordo sull’uso del neologismo “femminicidio”?
Lo sapevate che l’80% degli omicidi riguardano i maschi?
Chi usa il termine “femminicidio”, al posto di omicidio, indica, implicitamente, che la differenza sta nel motivo e nel luogo: la violenza contro le donne – diversamente da quella ai danni degli uomini – non avviene per strada, ma in casa.
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