Di Tommaso Faoro – IIB Classico
Nel caso abbiate vissuto rinchiusi in un bunker negli scorsi mesi, il VII capitolo della saga di Star Wars è uscito nelle sale nostrane Mercoledì, a seguito di una a dir poco massiccia campagna pubblicitaria. È infatti quasi impossibile parlare di Star Wars – Episodio VII: Il Risveglio della Forza senza concentrarsi sul mastodontico fenomeno commerciale che ha accompagnato il film in se, tuttavia cercherò di dedicarci il minor spazio possibile. La campagna pubblicitaria dal budget ultramilionario, iniziata più di un anno fa con un primo teaser trailer del film, ha contribuito a rendere il VII capitolo della space opera per eccellenza, il primo dopo l’acquisizione dei diritti del franchise da parte di Disney Corporation, uno dei film più attesi e più supportati da aspettative della storia del cinema. E in cosa consistevano queste aspettative? Per la maggior parte dei fan, la speranza era quella di un cambio di rotta un allontanamento dai toni della trilogia prequel, eccessivamente seriosi, a tratti noiosi (sempre a detta del fandom) e riprendendo invece quei toni grintosi, talvolta ironici, talvolta squisitamente kitsch, che hanno fatto innamorare la quasi totalità degli spettatori della trilogia originale.
Il nuovo capitolo è quindi riuscito a riprendere lo spirito dei primi tre film? Nì. Da un lato infatti, si è voluto esplicitamente riprendere elementi visivi e narrativi chiaramente ispirati a Una Nuova Speranza, da espedienti della trama come cuna mamma di vitale importanza nascosta in un droide, miccia di tutte le vicende che si susseguiranno nel film, a ambientazioni, personaggi e oggetti di scena presi direttamente dalla trilogia originale. Questo scheletro però, questa salda armatura fatta dai simboli che tutti i fan della serie amano e riconoscono, è riempita da un’ anima nuova: i nuovi personaggi, ovvero la giovane ribelle Rey (Daisy Ridley), l’insicuro ma magnanimo Finn (John Boyega) e il comandante del Primo Ordine Kylo Ren (Adam Driver) sono caratterizzati da un’incredibile umanità, insolita in una saga figlia di quel muscolarismo americano che voleva i protagonisti come eroi inflessivi. Li vediamo piangere, sudare, cambiare casacca più volte, insomma a muoverli sono sentimenti immediatamente riconoscibili agli occhi dello spettatore. E ad essere pervasa da questa umanità è ogni aspetto del film, a partire dai combattimenti: se infatti i celebri combattimenti con le lightsaber dei film precedenti erano coreografiche, leggere, splendide a vedersi, qui vediamo i protagonisti sudare, cadere, disarmarsi, inciampare: è un film estremamente più fisico, più reale, più vicino ai personaggi dei precedenti, senza però perdere lo spirito della trilogia originale. La scelta di un protagonista femminile, Rey, contribuisce a portare una ventata di novità alla saga. Rey è sicura di se, incredibilmente determinata: è una perfetta eroina femminile, figlia di un periodo storico, il nostro, in cui le donne nella cultura di massa hanno preso tratti diversi (anche se non eccessivamente) da quelli che caratterizzavano la pur sempre inarrivabile principessa Leia. Per quanto riguarda l’ormai generale Leia Ortega (Carrie Fisher), come per gli altri personaggi presi dai film precedenti, si è voluto conservare gli stessi tratti della personalità che li caratterizzavano in passato, creando un delizioso effetto nostalgia: Han Solo, anche se reso più umano dall’età, mantiene ancora il suo spirito orgoglioso e diffidente, Chewbacca (Peter Mayhew) è tanto aggressivo quanto affettuoso, C3PO (Anthony Daniels) è ancora l’adorabile droide pignolo dei primi film e R2D2 (Kenny Baker), nonostante appaia solo verso la fine, non perde occasione per punzecchiarlo. Insomma, un vero fan della saga non potrà che sentirsi a casa, trovando però gli elementi di novità necessari a rendere il film originale. Per quanto riguarda le maestranze, due nomi storici della saga, il compositore John Williams e il sound designer Ben Burtt, sono tornati a ricoprire i loro ruoli, fornendo l’uno una colonna sonora sì eroica, possente, ma a tratti anche più aerea, sognante, che ben si sposa con certe atmosfere e certe scenografie più riflessive presenti nel film, l’altro un suono decisamente rinnovato rispetto ai film precedenti, dove preferisce affiancare ai classici (e ormai storici) suoni e versi da lui creati, dai versi di Chewbacca ai pigolii di R2D2, che sono per lo più suoni sintetici, suoni realizzati da artisti vocali, che contribuiscono a dare una dimensione più umana ad alcuni personaggi non antropomorfi. Uno su tutti l’adorabile droide BB-8, erede spirituale di R2-D2, diventato ormai mascotte di questa nuova generazioni di film targati Star Wars. BB-8 è realizzato interamente con effetti speciali in FX, vale a dire reali, a contatto con gli interpreti sul set: questo è dovuto alla fortunata scelta di utilizzare meno CGI possibile. Per quanto riguarda la regia, J.J. Abrams ci regala campi lunghi e lunghissimi che mozzano il fiato, approfittando delle diverse e incredibili ambientazioni in cui si svolgono le vicende della saga: le scene respirano incredibilmente di più rispetto agli altri capitoli della saga (o rispetto ai precedenti film di Abrams), la claustrofobia dello spazio non si percepisce nemmeno all’interno di un ormai arrugginito Millennium Falcon.
In conclusione, Star Wars: Il risveglio della forza è un film tanto simile a quelli della trilogia originale quanto teso a future evoluzioni della serie, che conferma con questo capolavoro la sua già più volte supposta immortalità.