di Micol Favretto
Lei, grandi occhi color miele celati tra folte ciglia, e lui, candida e rosea pelle, contemplano,
immersi nel silenzio, un’aria densa di parole inaudibili. La natura, irresistibile e impetuosa, sta a
guardarli come se, anche se immobili, fossero impegnati in mille danze, in un vortice senza tregua.
Nessun pennello, nessuna parola potrebbe mai catturare quell’attimo al di là del sensibile.
La luce dona colori vividi all’ambiente e nulla sembra poter portare alcuna ombra.
Una mano docile si allunga verso una callosa, logorata dal tempo, dalla fatica, dal duro metallo.
Dal tocco dei due si genera energia, movimento ed infine quiete. Si ode solo un impetuoso silenzio
in un etereo universo siderale.
Non resta che immergersi fino a non sentire più il cuore battere e il sangue pulsare.
Ascolta.
Venere accoglie Marte, come il buio accoglie la luce, come l’intesa accoglie la discordia.
E lì appaiono come l’impulso elettrico di un amore bellicoso, di un voluttuoso furore, di un candido
lamento, un ottundimento di significati, una pulsione, che non lascia che le esperienze dell’anima
possano essere fissate e possano rientrare all’interno di un cosmos razionale.
Osservali rimanere sospesi nelle sedi beate degli dei, in un armonioso ed ozioso stato di atarassia.
Quegli stessi occhi color miele osservano l’amante, magnetizzati da un lepido impulso. Il contatto
delle sole iridi fornisce nutrimento per quei cuori insaziabili.
Come pianeti, Venere e Marte comunicano attraverso gesti immobili, sguardi vacui ed un continuo,
infinito movimento, l’uno sempre alla stessa distanza dall’altro, come se non potessero stare né più
vicini né più lontani.
Gravitano pigri, separati da Gaia e dai suoi mortali abitanti, figli del travolgente sentimento
d’ambrosia. Tra loro vi è chi prega che la madre della loro stirpe peritura conferisca alle sue parole
e ai suoi versi una bellezza tale da divenire eterni.
Pochi eletti ricevono dall’alma Venere tale dono!
E loro, amore e guerra, ora due sfere celesti, percorrendo un’orbita immutabile, cercano
continuamente di sfiorarsi, se non con il solo sguardo, approssimandosi ciclicamente l’uno all’altro.
È un amore che valica i confini fisici del corpo, della sensazione, delle carezze scambiate, del
reciproco contatto della tiepida pelle.
Il respiro, lento e faticoso, è comune ad entrambi, coordinato nella frenetica quiete, cura della
guerra. Le loro anime, intrecciate come rami d’un albero centenario, si sfiorano, accarezzano e si
circondano l’uno con l’altro, presi da un movimento eterno, impercettibile, continuo.
Le Muse potrebbero mai ispirare poeti e suggerire loro le giuste parole per comporre versi che
diano dignità a quella scena, che sembra tanto immutabile, quanto in continuo mutamento?
Potranno mai le Muse accontentarsi di tali percepibili e impalpabili parole umane, che sfuggono e si
perdono nel continuo scorrere del tempo?
Lui, assopito, disteso sulla sua morbida veste la contempla, desiderando una sola sua carezza ed
insieme respingendola con tutte le forze. È la guerra che contempla la pace, attratta e distratta.
Lei, sguardo fisso dinnanzi a sé, immobile, contempla la primavera e respira aria incontaminata, se
non dalla soave cupidigia che trasudano i due corpi. Marte sazia la sua sete d’amore solo
guardandola, il suo respiro pende dalla bocca di lei.
La malinconia si impossessa di Venere mentre osserva l’amante dormiente. Teme per l’incolumità
di lui. Teme per la pace e la concordia tra gli uomini. Eppure lei è l’unica capace di domare la
frenesia di Marte. Il volto dell’amante, che contempla, è lo stesso che porta lacrime, sospiri e grida
ai mortali, specie a lei cara. Gli stessi suoi occhi, che ora la guardano con soave desiderio,
nascondono un’indole distruttrice, un animo fatto di metalli e fiamme, violenza e orrore di corpi
straziati e dilaniati con ferocia. Venere, tessitrice di inganni, cerca di placare quel suo tanto distante
quanto vicino amante, Marte, per sciogliere dalle dolorose angosce l’animo di tutti gli inconsci
mortali.
Lei, sorriso immergente, è pari ad un torrente continuo, limpido e irruente e, ancora, perpetuamente
uguale e inesauribile. Inconsapevolmente catturati da esso, tutti gli esseri viventi si abbandonano al
lento sfumare dei colori, ai suoni che si ovattano, alla luce che si alterna al buio secondo un ritmo
perpetuo, incessante, primordiale. Venere, dea tanto cara alla poetessa di Lesbo, è la sola risorsa
d’acqua capace di spegnere quelle fiamme divoratrici.
Lei rende tutti ebbri di dolcezza e di venustà: la vista si fa sfuocata e si perde la cognizione del
tutto. Lei, come l’acqua, sommerge e rende vivo l’amante. E lui vuole farsi travolgere, da tale
potenza incolmabile, generatrice.
E ancora, ascolta il fruscio della veste mentre Venere si congeda.
Con la luminosa dea si osserva scomparire all’orizzonte anche l’abbondanza, la dolcezza dei frutti
maturi, i soavi suoni e le carezze dei caldi raggi del sole.
Ritorna violento l’inverno tra i mortali, con i suoi gelidi venti e piogge come lacrime versate per
l’abbandono.
L’amore tra i due è illecito, così come la concordia nel globo terracqueo.
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