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Il lungo viaggio della rotta balcanica

Dal 22 al 27 gennaio si è tenuta presso l’aula magna del liceo Raimondo Franchetti l’installazione “Panta Rei: vite migranti lungo la rotta balcanica”, curata dall’associazione “Lungo la rotta Balcanica” e con il supporto della “Fondazione di Venezia”.

L’istituto Bruno Franchetti, nel corso di quest’ultimo anno, ha posto particolare attenzione al tema delle migrazioni, promuovendo infatti varie iniziative volte alla sensibilizzazione su questa tematica. Agli studenti sono state sia fornite informazioni inerenti al fenomeno, sia proposti spunti di riflessione. L’installazione “Panta Rei: vite migranti lungo la rotta balcanica”, in particolare, vuole offrire uno sguardo ravvicinato sulle rotte migratorie attraverso i Balcani.

Ma i giovani di oggi conoscono il lungo viaggio che alcuni migranti devono affrontare?

Scarpe rotte, ridotta quantità di cibo, cellulari mal funzionanti e alcuni farmaci (forse anche scaduti): non ci aspetteremmo sicuramente di portare via questo per un viaggio, invece ciò è quel poco che alcuni migranti hanno per affrontare questo lungo viaggio, detto “della rotta Balcanica”, ed è anche ciò che è apparso alla vista di noi studenti della II GSc lo scorso 25 gennaio presso l’aula magna del Liceo R.Franchetti.

Con il termine “rotta dei Balcani occidentali” o “rotta Balcanica” ci si riferisce agli arrivi irregolari nell’UE attraverso la regione composta da Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia. La rotta dei Balcani occidentali è una delle principali vie di migrazione verso l’Europa. Questo, come ci hanno esposto i volontari lì presenti, non è l’unico flusso migratorio attraverso il quale i migranti riescono a giungere in Europa, anche se rappresenta quasi la metà del totale, con circa 145.600 attraversamenti.

Quindi cosa abbiamo visto, concretamente, in quella fredda mattinata?

Appena arrivati presso l’aula magna del Liceo R. Franchetti ci hanno accolto due membri dell’associazione che, dopo essersi presentati, ci hanno introdotto il concetto di rotta Balcanica. In seguito, per farci immergere nel contesto raccontato dall’installazione, ci hanno parlato di alcuni episodi particolari che riguardano questo fenomeno.

Successivamente, divisi in gruppi, abbiamo iniziato ad esplorare la mostra.
Questa comprendeva una parte iniziale in cui, tramite dei pannelli con dei testi, veniva raccontata la storia della rotta balcanica, permettendo così di ripercorrere gli atteggiamenti politici mantenuti nel corso dell’ultimo decennio nei confronti di questo fenomeno. La parte più interessante era però la seconda, nella quale erano presentati oggetti, testimonianze raccolte sul campo, filmati e brevi didascalie. La varietà di testimonianze raccolte era davvero ampia: abbiamo avuto l’occasione di osservare da vicino non solo oggetti di uso comune come vestiti e smartphone, ma anche armi vere e proprie come pistole e addirittura mine.

Ha colpito noi tutti la cura con la quale erano ricreate le ambientazioni; per realizzarle, sono stati usati molti materiali, che riportavano perfettamente alle disperate condizioni di chi ogni giorno, per scappare dalla morte, deve prendere parte a questo flusso.

Ogni giorno in Italia arrivano molti migranti; tra queste persone ci sono uomini, donne e bambini che, purtroppo, non riescono a sopravvivere a causa delle molteplici avversità che incombono durante il percorso. Pochi infatti riescono a raggiungere un paese sconosciuto, dove si parla una lingua diversa dalla loro e dove non sempre vengono accolti nel modo migliore. Non tutti si mettono nei panni di queste persone che arrivano nella nostra terra con la speranza di poter avere un futuro migliore.
Visitare questa mostra ci ha senza ombra di dubbio aperto gli occhi su molti aspetti e, soprattutto, ci ha fatto acquisire una consapevolezza a cui, se prima la avevamo, non davamo abbastanza spazio.
Sicuramente il nostro contributo a questo problema non sarà mai neanche lontanamente paragonabile a quello che danno associazioni come “Lungo la rotta Balcanica”, ma è anche vero che aver riconosciuto il problema e averne compreso la gravità è già un buon punto di partenza.

 

Le foto qui pubblicate sono state scattate dalla prof.ssa Giorgia Sabbadin, che ringraziamo per il suo contributo.

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